La Commissione Europea ha proposto di investire 10 milioni di euro nel biennio 2026-27 nello studio delle tecniche di geo-ingegneria solare. L’obiettivo di queste ricerche è combattere il riscaldamento globale oscurando il sole invece che abbandonando i combustibili fossili. I progetti di «modifica della radiazione solare» – questa l’espressione usata dalla comunità scientifica – consistono nello spargere nella stratosfera particelle di acido solforico o altre molecole foto-assorbenti. Gli aerosol così dispersi assorbirebbero una parte della luce del sole e le impedirebbero di scaldare la terra e gli strati più bassi dell’atmosfera. Gli scienziati che propongono questa via alla lotta al cambiamento climatico si ispirano ai vulcani: nel passato, infatti, le grandi eruzioni che spedirono in cielo milioni di tonnellate di polveri fecero ombra al pianeta fino a raffreddare il clima di diversi gradi. Si pensa che anche l’estinzione dei dinosauri sia almeno in parte legata alle ceneri liberate in atmosfera dall’impatto con il famoso asteroide caduto a Chicxulub, nel golfo del Messico.

Se il pianeta oggi è troppo caldo, perché non imitare i vulcani? Sembra l’uovo di Colombo: riempire di polvere l’atmosfera permetterebbe di combattere il surriscaldamento senza i costi della transizione energetica mirata a tagliare le emissioni di carbonio. Per questo è una strategia assai gradita ai grandi gruppi industriali legati alle energie fossili. Gli scienziati fautori di questa via però hanno una visione più sfumata e politicamente accettabile: la geoingegneria e la transizione energetica non sono alternative. Con gli aerosol infatti si può diminuire la temperatura di una modica quantità, lasciando che sia la decarbonizzazione a fare il resto. In realtà non è così. Intanto, come dimostra un articolo della Technology Review del Massachusetts Institute of Technology di Boston, puntare sulla geoingegneria solare avrebbe costi infrastrutturali notevoli.