In sanità le riforme hanno sicuramente un pregio: mettono tutti d’accordo. A parole. Poi, appena esce un testo, perfettibile, discutibile, comincia il gioco al massacro che conosciamo: i comunicati preoccupati, gli allarmi sulla «tenuta del sistema», gli appelli alla prudenza. E soprattutto il riflesso condizionato delle corporazioni, pronte a spiegare che sì, certo, cambiare è necessario, ma non così, non ora, non qui.
È successo di nuovo con il tentativo del ministro Schillaci di mettere mano al lavoro dei medici di medicina generale. Prima l’annuncio della riorganizzazione, poi la levata di scudi della categoria, quindi il rapido riposizionamento della politica, maggioranza compresa. Il copione è noto: si convoca la retorica dell’«indispensabile rafforzamento del territorio», ma appena si toccano ruoli, orari, contratti di lavoro e responsabilità, il tavolo si rovescia. E il messaggio che arriva ai cittadini è semplice: il diritto alla continuità delle abitudini pesa più del diritto alla continuità delle cure. Ora si è arrivati a una mediazione al ribasso, meglio che nulla. Il punto, però, non è tanto difendere quella specifica proposta ma registrare l’ennesima conferma che il Servizio sanitario nazionale è ostaggio di veti incrociati.







