Questo dialogo tra Hans Ulrich Obrist e l’artista Joseph Kosuth è tratto dal catalogo della mostra di Kosuth The-Exchange-Value-of-Language-Has-Fallen-to-Zero in corso alla Casa dei Tre Oci a Venezia. Il catalogo è edito da Marsilio Arte.
Joseph, la tua nuova mostra a Venezia, promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, s’intitola The-Exchange-Value-of-Language-Has-Fallen-to-Zero. Con Mario Codognato, che cura l’esposizione con Adriana Rispoli, abbiamo spesso discusso di quanto il tuo lavoro sia seminale per le nuove generazioni, specialmente per chi oggi si confronta con l’arte digitale e il concetto di “protocollo”. Penso ad artisti come Holly Herndon o Mat Dryhurst.
Ammetto di non avere totale familiarità con il “protocollo nell’arte”, ma il legame non mi sorprende. La mia pratica si è sempre basata sulla qualità del processo di interrogazione: partire dal perché piuttosto che dal come. Senza una fondazione teorica, l’educazione artistica rischia di ridursi a mero artigianato o abilità tecnica. L’intero esercizio dell’arte deve essere un confronto con lo scopo del proprio lavoro.
In questa mostra alla Casa dei Tre Oci hai incluso opere storiche degli anni Sessanta, un periodo di rottura totale. In quei lavori cercavi di superare la “cornice” della pittura per connetterti all’architettura e usare il linguaggio come mezzo per superare il linguaggio stesso. Mi viene in mente la tua epifania attraverso Wittgenstein.








