Quattro anni di guerra hanno minato le fondamenta di una delle economie un tempo più forti del Pianeta. Le casse pubbliche sono quasi vuote e le banche sono a un passo dall’insolvenza. Per giunta, Mosca dipende quasi totalemente dalla Cina. E ora l’Europa può sferrare il colpo del knock out

Il titolo dice un po’ tutto, Endgame. Che se non suona proprio come game over, poco ci manca. Dopo quattro anni di guerra, la crescita dell’economia russa si è fermata e le riserve di bilancio per sostenerla sono quasi terminate. Vladimir Putin, non c’è bisogno di ricordarlo, se ne è accorto da tempo che le cose in Russia non vanno. Così come se ne sono accorti manager, banchieri e oligarchi che hanno animato l’ultimo Forum di San Pietroburgo, consesso che qualcuno paragona a Davos, ma formato Est. Ora però è tempo di tirare un riga e cominciare a guardare in faccia la realtà. Il Kiel Institute, tra i più prestigiosi osservatori internazionali sull’economia, lo ha fatto. Con un report dal titolo, come accennato, eloquente: Finale di partita, l’economia di guerra russa raggiunge i suoi limiti.

Prima questione, il fondo sovrano russo oggi ha asset liquidi pari all’1,8% del Pil, rispetto al 6,5% di prima dell’invasione. Allo stesso tempo, il deficit federale ha superato l’obiettivo annuale fissato dal governo già a marzo, mentre i proventi derivanti dal petrolio e dal gas sono crollati del 45% su base annua nel primo trimestre. E, proprio ieri, l’Agenzia energetica mondiale ha ammesso che, a maggio, la produzione di greggio è risultata inferiore del 10% rispetto al target fissato dal governo. Altro problema, le aziende indebitate. L’espansione del credito, imposta dal Cremlino per sostenere soprattutto l’industria della difesa e i settori legati alla guerra, sta mandando in affanno le banche. Contemporaneamente, le imprese russe si sono fortemente indebitate. Secondo il Kiel Institute “molte grandi aziende devono pagare interessi che superano il loro ebitda annuale, e il debito societario in sofferenza ha raggiunto il 3,8% del Pil, rispetto al 2,4% all’inizio della guerra. I crediti in sofferenza nel settore bancario sono saliti all’11% dello stock”.