Il puzzle ucraino richiama sempre più alla mente il caso afgano. Anche allora non si trattò di una sconfitta militare. Ma alla fine le truppe russe furono costrette a tornare a casa con la coda tra le gambe. Oggi quello scenario rischia di ripetersi

Quattro anni di guerra sono in grado di uccidere un cavallo, figuriamoci un’economia imbolsita come quella russa. Un Paese le cui ambizioni planetarie sono sempre naufragate di fronte alle asperità del presente. Il vecchio impero zarista era crollato nel corso della Grande guerra. Intelligenza di Lenin, una volta abbattuto l’ancient regime, fu quella di contrattare una pace separata, anche a costo di cedere quei territori che oggi formano gli Stati baltici. Che Putin vorrebbe riportare sotto il dominio di Santa madre Russia. Le asprezze della Seconda guerra mondiale erano state superate grazie all’eroismo di un popolo, la battaglia di Stalingrado, ma soprattutto le forniture militari da parte degli Stati Uniti.

Poi il mito del socialismo in un solo paese e della coesistenza pacifica che aveva evitato ogni ulteriore prova di forza, salvo il disastro afgano. Mentre in Vietnam erano stati i vietcong a costringere russi e cinesi a fornire loro la necessaria logistica militare per contrastare la strapotenza militare americana. Episodi che fanno parte della storia del ‘900. Mentre quella del Terzo Millennio, iniziata con il crollo del muro di Berlino, ha indicato una diversa prospettiva. Con il trasferimento ai privati della vecchia industria di Stato e la nascita di un gruppo oligarchico che ha preso il posto dei vecchi boiardi dell’epoca zarista.