Il cardinale Camillo Ruini, morto a Roma a 95 anni, è stato una figura centrale per la Chiesa, accompagnandola, passo dopo passo, per decenni, nelle sue trasformazioni e divenendo un profilo di spicco del cattolicesimo italiano, in particolare dopo la fine del Novecento.
Ruini arrivò alla guida della CEI nel momento in cui l’Italia stava cambiando volto: la Prima Repubblica tramontava e la Democrazia cristiana si avviava verso la fine. Questo passaggio che cosa rappresentava se non un possibile declino per il ruolo del cattolicesimo politico italiano? Eppure non fu così: in quel passaggio delicato e incerto, Ruini seppe avviare un’ulteriore stagione culturale, antropologica ed educativa.
Per lui la fede non era il riparo dal caos o dalle storture inevitabili del mondo, ma una forma di presenza nella quotidianità, rilanciando costantemente la riflessione fra la fede e la politica, fra la Chiesa e la società italiana. Da presidente della CEI fu interprete della linea di Wojtyla e poi di Ratzinger, pur mantenendo sempre un profilo autonomo e critico. Il suo nome è rimasto anche associato alle grandi battaglie bioetiche, in particolare al referendum del 2005 sulla legge 40 (riguardante la procreazione medicalmente assistita), quando l’indicazione dell’astensione divenne uno dei momenti più discussi del rapporto fra Chiesa e politica in Italia. Non possiamo, però, ridurre Ruini al cardinale reazionario di quel particolare referendum, perché quest’analisi sarebbe profondamente parziale e ingiusta e non terrebbe conto di una cornice e di una domanda più ampia, in cui la Chiesa del secolo scorso tentava di riflettere sui tempi in divenire, senza rinunciare alla propria identità. E’ stato sempre possibile? Era sempre giusto farlo? Non è questo il punto.










