Nel nuovo libro di Paolo Crepet, “Riprendersi l’anima”, da lui definito come il suo libro più importante, come un antidoto contro l’omologazione e contro i rischi che percorrono il nostro tempo, c’è anche molto Veneto. Il prossimo 28 giugno – ore 21.00 – l’autore sarà a Montegalda, in Piazza Marconi, per presentarlo e non solo, per una chiacchierata a tutto campo.

Un luogo che assomiglia alla sua anima?

«Ve ne sono molti, uno è certamente Padova perché la mia è stata la mia giovinezza, un altro Venezia, la città più cosmopolita che esista, che unisce la perfezione e l’imperfezione, che abito quando posso. Dove la trovi nel pianeta? Non ce n’è. God Save Venice».

Lei ha frequentato l’università di Padova negli anni Settanta. Com’era ieri e com’è oggi?

«Mi sono laureato cinquant’anni fa esatti. Allora come oggi, Padova ospitava giovani di tutta Italia ma all’epoca l’università non era solo studio, era una comunità. Ricordo che il mercoledì al Liviano ci si incontrava e si ascoltava musica insieme. Non ci si frequentava solo all’interno della facoltà o addirittura dell’anno della facoltà, come spesso avviene ora. Eravamo più presenti. Oggi c’è meno aggregazione».