VENEZIA - «Penso che il futuro sarà scomodo. Per questo ho raccolto una serie di riflessioni su quello che sta accadendo nella speranza che arrivi qualche ribelle». Paolo Crepet torna in libreria, dal 14 aprile con "Riprendersi l'anima", un testo difficilmente classificabile perché spazia tra la cronaca e le analisi necessarie su quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi: dalla guerra ai bambini in crisi per gli effetti dei social. Il lavoro di HarperCollins, quindi, mette in scena una sorta di teatro delle emozioni in una lotta contro l'apatia, lo sconforto, la tentazione di cedere a chi ci vuole spenti.

Ma Crepet, psichiatra, sociologo, educatore e saggista che ha preso casa a Venezia, esamina anche lo sviluppo del Veneto, uno scenario che conosce davvero bene visto che ha studiato a Padova dove si è Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1976 (poi in Sociologia presso l'Università degli Studi di Urbino nel 1980). I suoi primi anni di lavoro sono stati a Verona.

Crepet, il libro è una sorta di riflessione sul suo articolato percorso?

«Si, racconto le mie esperienze e parlo anche di cose che non ho mai affrontato pubblicamente. C'è anche chi lo ha definito una sorta di "breviario laico". Ad esempio quando ero giovane spesso andavo a trovare mio padre, che era medico del lavoro a Padova e docente universitario, nell'ex sede del Cto in via Facciolati. Anche negli spettacoli difficilmente parlo di lui, questa volta l'ho fatto perché negli anni Sessanta, al secondo piano, vedevo tutti questi malati che avevano, principalmente difficoltà respiratorie. Erano lavoratori di Porto Marghera, ma anche artigiani dei calzaturifici della Riviera del Brenta che respiravano sostanze davvero pericolose. Volevo riportare alla luce questa pagina della storia recente della regione».