I grandi eventi sportivi globali sono delle eccezioni in un mercato dell’intrattenimento sempre più locale e regionale

Con un testo in inglese, francese, spagnolo, italiano e giapponese, l’inno dei Mondiali di calcio, eseguito l’11 giugno in occasione della cerimonia inaugurale del torneo, è il simbolo della pretesa globale dell’evento. Nelle prossime settimane quasi metà della popolazione del pianeta si sintonizzerà sulle partite. Davanti a questo spettacolo, uno spettatore ignaro potrebbe arrivare a due conclusioni. Uno: la cultura dell’intrattenimento è più globalizzata che mai. Due: il soft power (il potere di attrazione) degli Stati Uniti è ancora indiscusso.

A volte, però, le congetture si rivelano sbagliate. I grandi eventi come i Mondiali continuano a calamitare l’attenzione, ma osservando il quadro d’insieme ci accorgiamo che l’intrattenimento sta vivendo un processo di frammentazione. Dalla musica alla tv fino ai social media e ai videogiochi, gli utenti si stanno allontanando dai contenuti statunitensi preferendo alternative più vicine alla loro realtà. Sta emergendo un paradosso: il mondo è più connesso che mai, ma la gente sceglie forme di divertimento più locali. Può ancora capitare che miliardi di persone si appassionino a un singolo programma prodotto in Nordamerica, ma la monocultura a stelle e strisce sta perdendo terreno.