Stranezze di questo bello, ma a volte assurdo, Paese. Quando si tratta di recepire modelli educativi discutibili, da almeno mezzo secolo siamo sempre in prima linea e pronti a copiare, anche acriticamente, ogni “americanata” che ci viene propinata dal guru di turno. Quando invece qualcuno ha una buona idea, siamo incomprensibilmente restii a prendere esempio. Come dirigenti scolastici - responsabili di istituti che ogni giorno educano e formano milioni di bambini, alunni e studenti dai 3 ai 19 anni e oltre - non possiamo fare a meno di plaudere alla notizia che il governo britannico, con una decisione tanto coraggiosa quanto necessaria, ha deciso di vietare l’uso dei social agli infrasedicenni.
E qui cosa si aspetta? Perché le buone riforme si impantanano regolarmente in paludi di se, ma, dubbi, tentennamenti e perplessità che invece magicamente sembrano sparire quando si tratta di varare provvedimenti ben più inutili (se non dannosi)? Di quali altri studi, dati, ricerche, osservazioni empiriche e prove scientifiche c’è bisogno per giustificare anche da noi uno stop sacrosanto prima che sia definitivamente troppo tardi?
Ormai nella scuola non esiste notizia drammatica che non abbia come sfondo l’uso dei social: episodi di bullismo e violenza fisica e psicologica che si scopre essere partiti dalle chat o dalle piattaforme di condivisione; risse filmate e date in pasto alle community, compagni e prof malmenati e umiliati per ottenere più like. E si potrebbe continuare all’infinito, senza scomodare la vecchia ma sempre valida teoria della “mente assorbente” di montessoriana memoria, secondo cui fino all’adolescenza (guarda caso, proprio la parte della vita in questione) il bambino assorbe spontaneamente ciò che lo circonda.












