Per anni abbiamo assistito a un dibattito pubblico in cui si è parlato di giovani, università e futuro quasi esclusivamente attraverso il filtro del bisogno. Borse, sostegni, incentivi, contributi, strumenti legittimi, ma spesso costruiti attorno alla difficoltà economica e raramente attorno ai risultati. Per questo l’idea di premiare chi studia, si impegna e raggiunge obiettivi accademici rappresenta un cambio di prospettiva interessante. Per una volta il messaggio non è “ti aiuto perché hai bisogno”, ma “ti riconosco qualcosa perché hai dimostrato impegno e capacità”. In una società che troppo spesso considera il merito una parola sospetta, non è un dettaglio.

La misura non basta a fermare la fuga

Ma sarebbe un errore altrettanto grande trasformare questa misura in una narrazione salvifica, perché il problema della Calabria non è soltanto convincere i ragazzi a iscriversi all’università ma convincerli a restare dopo. I giovani non fanno le valigie perché manca un contributo economico durante gli studi, le fanno quando scoprono che il loro talento vale di più altrove, quando capiscono che il sacrificio, la preparazione e la competenza vengono premiati maggiormente fuori dai confini regionali, quando vedono che le opportunità di crescita professionale sono più numerose, più rapide e spesso più meritocratiche. È qui che si gioca la partita vera!