La Calabria cresce, crea posti di lavoro, aumenta gli investimenti pubblici, accoglie più turisti e supera per andamento economico la media italiana. Eppure continua a perdere una delle risorse più preziose che possiede: i suoi giovani. È il paradosso che emerge mettendo insieme gli ultimi dati della Banca d’Italia, dell’Istat e della Svimez. Da una parte c’è una regione che nel 2025 ha registrato un aumento del prodotto interno lordo dell’1,1%, superiore a quello del Mezzogiorno e del Paese. Dall’altra c’è una terra in cui partire resta, per una parte consistente delle nuove generazioni, non soltanto una scelta personale ma una strategia quasi obbligata per trovare un lavoro adeguato al titolo di studio, uno stipendio più alto o una prospettiva professionale meno incerta. La contraddizione è soltanto apparente. Perché il Pil misura quanto cresce un’economia, ma non racconta da solo quale lavoro viene creato, quanto viene pagato, quanto dura e quali competenze riesce ad assorbire.
La ripresa esiste: Pil, occupazione e investimenti sono aumentati
Il miglioramento non può essere liquidato come propaganda. Secondo il rapporto sull’economia calabrese pubblicato nel giugno 2026 dalla Banca d’Italia, nel corso del 2025 il prodotto regionale è cresciuto dell’1,1%. Le esportazioni hanno continuato ad aumentare per il quinto anno consecutivo, superando il miliardo di euro, mentre gli aeroporti calabresi hanno oltrepassato la soglia dei quattro milioni di passeggeri. Anche il turismo ha registrato una crescita significativa, sostenuta soprattutto dalla componente straniera. Il dato più evidente riguarda il mercato del lavoro. Nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 20.300 unità, pari al 3,8% in più rispetto all’anno precedente. È una crescita nettamente più sostenuta rispetto al Mezzogiorno, fermo all’1,4%, e all’Italia, dove l’aumento è stato dello 0,8%. Il miglioramento ha interessato i servizi, le costruzioni e, in parte, l’industria. Anche il tasso di disoccupazione è sceso, arrivando al 9,8%. Nel 2019 la distanza dalla media nazionale era di circa undici punti; nel 2025 il divario si è ridotto a 3,7 punti. È un segnale importante, soprattutto per una regione che per decenni ha occupato stabilmente le ultime posizioni delle classifiche italiane sul lavoro.








