di
Stefano Vicari
I sintomi spesso sono invisibili e per questo la diagnosi arriva tardi. «Identificare il disturbo da deficit di attenzione e iperattività significa evitare che ragazze intelligenti e capaci vengano definite pigre o svogliate» dice il neuropsichiatra
Alice ha 15 anni e frequenta il secondo anno di liceo classico. È una ragazza gentile, educata, attenta a non dare fastidio. I professori la descrivono come seria, anche se discontinua. I genitori dicono che è sempre stata «con la testa tra le nuvole». Non corre per la classe. Non interrompe continuamente. Non disturba. Per questo nessuno, per anni, pensa all’Adhd. Eppure, Alice fatica da sempre. Dimentica le consegne, perde il filo mentre studia, impiega ore per fare compiti che altri finiscono in molto meno tempo. Inizia a leggere una pagina e, dopo pochi minuti, si accorge di non aver capito nulla. Allora ricomincia. Poi ricomincia ancora. «È come se stessi sempre cercando di recuperare qualcosa che mi è scappato», mi dice.
Alle scuole elementari riusciva a compensare. Era intelligente, aveva buona memoria, una famiglia presente. Alle medie la fatica è aumentata. Al liceo diventa evidente. Le materie crescono, le richieste si moltiplicano, l’organizzazione diventa fondamentale. Alice comincia a crollare.Non è disinteressata. Anzi, spesso studia più degli altri. Ma il risultato non corrisponde allo sforzo. Si distrae, dimentica, perde tempo nei dettagli, non sa da dove iniziare. Quando deve preparare un’interrogazione, passa ore a sistemare quaderni, sottolineare, riscrivere titoli. Poi arriva a sera esausta, con la sensazione di non aver concluso nulla. «Mi sembra di essere lenta in tutto».A scuola nessuno la considera una ragazza con difficoltà di attenzione. Qualcuno pensa che sia ansiosa. Qualcun altro che sia perfezionista. In parte è vero. Ma l’ansia, in Alice, è anche la conseguenza di anni passati a sentirsi sempre in ritardo, sempre impreparata, sempre sul punto di deludere qualcuno.








