Morto a 87 anni lo studioso che indagava le "piccole cose". Per trovare la verità
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C'è un uomo, in un archivio del Friuli, che ascolta un morto parlare. Il morto si chiama Domenico Scandella, lo chiamavano Menocchio, faceva il mugnaio e nel Cinquecento ebbe la cattiva idea di raccontare agli inquisitori che il mondo era nato come un formaggio, e che dal formaggio erano usciti i vermi, e che quei vermi erano gli angeli. Per questo lo bruciarono. Quattrocento anni dopo Carlo Ginzburg apre il faldone, legge le deposizioni riga per riga, e invece di vedere un eretico qualunque vede una crepa nel muro, e attraverso la crepa vede un mondo intero, la cultura dei contadini, le letture clandestine, il rapporto mai pacificato tra chi comandava i libri e chi se li immaginava. Ginzburg è morto l'altra notte a Bologna, aveva ottantasette anni, ed è morto facendo quello che aveva fatto per tutta la vita, ascoltare i morti che nessuno ascoltava più.Era nato a Torino nel 1939, e il cognome che si portava addosso era già una ferita prima di diventare una firma. Il padre, Leone, slavista, antifascista, fondatore dell'Einaudi, morì nel 1944 nel braccio tedesco di Regina Coeli, dopo le torture, quando Carlo aveva cinque anni. La madre, Natalia, avrebbe poi raccontato quella famiglia e quel secolo con la storia narrata in Lessico famigliare, partendo non dalle ideologie ma dalle frasi che si dicevano a tavola, dai rimproveri sempre uguali, dal vocabolario privato che teneva insieme i suoi. Natalia ridacchiava con i propri fratelli sul "baco del calo del malo" e questa capacità di dissimulare la tragedia l'ha trasferita al figlio. Carlo studia Storia a Pisa e alla Normale, poi al Warburg di Londra, e insegna in mezzo mondo, Bologna, Harvard, Yale, Los Angeles, Princeton, prima di tornare in cattedra a Pisa, restando però sempre uno che a una cattedra preferiva un faldone, e a una teoria un nome proprio. Vale la pena fermarsi un attimo qui, perché c'è un'aria di famiglia che spiega molto, anche se nessuno l'ha mai dichiarata come eredità. La madre recupera un mondo attraverso un lessico, il figlio recupererà un mondo attraverso un indizio, una parola annotata a margine di un verbale, una contraddizione che agli altri sfugge. Lo stesso gesto, dal piccolo al tutto, una volta fatto letteratura e una volta fatto metodo.La microstoria, che Ginzburg fondò quasi senza volerlo insieme a pochi altri negli anni Settanta, non è la storia delle cose piccole, è la storia guardata da vicino. Micro indica la lente, non l'oggetto: prima di Menocchio c'erano stati i benandanti, quei contadini friulani che giuravano di uscire la notte, in spirito, per combattere le streghe e difendere il raccolto, e che ai suoi occhi diventavano la sopravvivenza carsica di culti antichissimi, una credenza marginale che illuminava mezzo continente. Sempre lo stesso movimento, l'occhio incollato al dettaglio e la mente che risale alla struttura.Il suo lascito più contagioso, per chiunque scriva o racconti, resta però il paradigma indiziario, quello che mise a fuoco in un saggio del 1979, Spie. L'idea è che molte forme di sapere lavorano come un detective, o come un cacciatore che legge le impronte, o come quel medico, Morelli, che riconosceva i falsi dai lobi delle orecchie e dalle unghie, i particolari che il falsario trascura perché li crede insignificanti. Lo storico, il clinico, il poliziotto, il critico d'arte, tutti partono dalla traccia e non dalla legge generale, dall'impronta e non dal teorema. Carlo Ginzburg è stato, in fondo, lo Sherlock Holmes degli archivi, con la differenza che i suoi colpevoli erano già morti e la sua indagine serviva a restituirgli la voce.













