Quando ho deciso di scrivere una lettera aperta al Generale Vannacci per provare a spiegargli senza polemica che cosa è un omicidio e che cosa è un femminicidio, sapevo di toccare un nervo. Non immaginavo, però, di vederlo scoperto così, in diretta, sotto forma di migliaia di commenti firmati quasi sempre da uomini. Leggendo quei commenti si capisce perché in Italia, ogni tre giorni, una donna viene uccisa: non basta una legge, non basta una sentenza, se così tanta parte del Paese continua a ripetere che femminicidio e omicidio sono la stessa cosa.

Ho letto i commenti uno per uno. Il primo, scritto proprio sotto il nome di mia sorella, dice: “Tua sorella è stata uccisa esattamente come sarebbe stato ucciso tuo fratello”. Da lì in poi, un coro: “Tua sorella è stata uccisa per omicidio”. “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, UOMINI E DONNE SONO UGUALI”. “Che differenza c’è tra omicidio e femminicidio? Nessuna, in entrambi i casi una persona muore”. Sotto, un commento da centinaia di cuori (e va da sé poco cuore): “Sia che un marito uccida la moglie, o che la moglie uccida il marito, è giusto ci sia uguaglianza di pena”. Qualcuno ironizza: “Allora c’è il femminicidio, l’uominicidio, il padricidio, il mammicidio, l’infanticidio… e così arriviamo dove?”. Qualcun altro parla di “privilegio di essere maschio differenziato dalla donna”. Un altro ancora, provocatorio: “E se una donna uccide un uomo, che differenza c’è?”. E poi: “Esiste l’omicidio, non il femminicidio, si è sempre detto omicidio, cosa cambia?”. La sintesi di tante risposte è: “Noi la pensiamo come Vannacci”. È in questa frase – non in quella del Generale – che si misura il problema. Sembrano voci diverse, ma dicono tutte la stessa identica cosa: “Non vogliamo vedere”. Non si vuole vedere che esiste un reato chiamato omicidio e uno chiamato femminicidio. Un modo di uccidere le donne che si chiama violenza di genere.