Nel repertorio del generale Roberto Vannacci c’è un po’ di tutto: è come un discount in cui ognuno può trovare un prodotto che gli piace e, quindi, decidere di fare tutta la spesa lì. Al di là dei toni machisti e urlati, delle sparate in sprezzo di ogni pudore e ragionevolezza, che agganciano la stessa rabbia popolare che applaude esattamente come ieri applaudiva alle sparate di Beppe Grillo, delle camicie nere e dei giornalisti segregati in una stanza, una chiave del suo indubitabile e crescente successo sta in questa poliedricità di offerta.

E nel discount c’è pure il reparto “prodotti di buon senso”, piccolo, per carità, nei cui scaffali campeggia l’attacco al femminicidio.

Colpisce il fatto che dal coro dei commentatori, di ogni genere e specie, anche politica, che si sono stracciati le vesti davanti alle dichiarazioni del nostro sul tema, non si siano distinte le voci, diventate afone, dei moltissimi, tra magistrati, sociologi, giuristi, accademici, avvocati, che la pensano esattamente come lui e che la loro idea l’hanno espressa durante l’approvazione della legge.

Certo, l’hanno e l’abbiamo fatto con argomenti ragionati, di pregio giuridico, con toni composti, con scritti scientifici, con audizioni davanti alle Commissioni parlamentari, con appelli, ma in sostanza abbiamo detto le stesse cose per scongiurare l’introduzione nel codice penale di un obbrobrio come il reato di femminicidio (e connessi aggravamenti di pena e mordacchie cautelari per tutti i reati di “violenza di genere”), non solo del tutto inutile sul piano della prevenzione (come la cronaca quotidiana dimostra) ma anche offensivo di tutti i principi di coerenza costituzionale, di razionalità sistematica dell’ordinamento penale, di proporzionalità della pena, di rispetto dei cardini della responsabilità penale che si fonda sul fatto commesso e non sulle inesplorabili pulsioni emotive di chi agisce.