Lo scaffale

Mario Lavia

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Per anni, i protagonisti di questo ottimo romanzo di Franco Currò (“Il coltello della memoria“, Rizzoli) si sono rinserrati in un loro guscio esistenziale. Quand’ecco che un suicidio sblocca ricordi, resuscita un passato sepolto, spacca i vari gusci: d’altronde la memoria non muore mai davvero. Presenta sempre il conto. Questo è anche un romanzo politico. L’anima del Sessantotto infatti è in un certo senso la madre di tutto ciò che è venuto dopo, la generatrice della cupezza di un fallimento ideologico, del grottesco accumularsi della ricchezza dei decenni successivi fino al triste primato dei messaggini sul cellulare e della tv scemotta di un’epoca, questa che stiamo vivendo, che non si sa bene ancora come definire.

Dunque, “Il coltello della memoria” affonda la lama in quegli anni lì, quando tutto si sviluppò, almeno per quella generazione infagottata di assalti al cielo, nel bene e nel male. Non c’è giustificazionismo per quel “male”, non c’è simpatia per quello che parve a tanti essere il “bene”: tutta roba, alla fin fine, finita in qualche baule della Storia. E i personaggi ex sessantottini paiono burattini falliti, testimoni di un passato lontanissimo, dimenticato, sepolto. La trama è piuttosto semplice. Alberto Novelli, critico cinematografico diventato da tempo “fuori moda“, ex sessantottino privo di una vita sociale, uomo solo, viene trovato cadavere, si è sparato. Lasciando un biglietto enigmatico: “Saluti a tutti. Vorrei scrivere ‘dimenticatemi’, ma lo avete fatto già. Conveniva a tutti”. Conveniva a chi? Ci deve essere qualcosa di non archiviabile dietro quelle parole.