La sentenza definitiva della Corte di Cassazione è stata rinviata al prossimo 15 luglio. La procura ha chiesto ieri la conferma degli ergastoli per la famiglia di Saman Abbas, la giovane di origine pakistana residente a Novellara, scomparsa il 30 aprile 2021. Il suo corpo fu ritrovato il 18 novembre 2022 in un casolare abbandonato non lontano dalla sua abitazione.

Gli interventi davanti alla Corte sono iniziati con una lunga ricostruzione del procuratore generale, che ha definito il caso una «vicenda agghiacciante» di violenza scaturita da un «patologico possesso parentale». Secondo l’accusa, nella famiglia di Saman prevaleva l’idea che la giovane non potesse mettere in discussione la rispettabilità e l’onorabilità del nucleo familiare e per questa sua ribellione doveva essere punita. L’uccisione è stata frutto di una premeditazione condizionata dai genitori, ma secondo gli atti a strangolare Saman è stato lo zio Danish Hasnain, condannato in appello a 22 anni. La procura ha sottolineato il ruolo della madre, Nazia Shaheen, condannata all’ergastolo come concorrente materiale e morale del femminicidio della figlia.

Di diverso avviso l’avvocato Simone Servillo, difensore di Shaheen, che ha evidenziato la posizione unica della donna: inserita in quel preciso contesto familiare e culturale, non avrebbe avuto voce in capitolo nelle decisioni esecutive. Sapendo che una fuga della figlia avrebbe significato morte certa, ha cercato di dissuaderla dall’abbandonare la dimora di famiglia. Secondo la difesa, Nazia non avrebbe mai potuto opporsi alle volontà della famiglia patriarcale. Questa tesi, tuttavia, è stata già rigettata dalla sentenza in corte d’appello: Nazia è stata condannata insieme al padre della giovane, Shabbar Abbas, per femminicidio e occultamento di cadavere.