Reggio Emilia, 17 giugno 2026 – Approda oggi in Cassazione il processo ai familiari di Saman Abbas, la diciottenne pakistana scomparsa nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021. I suoi resti vennero ritrovati nel novembre 2022 in un casolare non lontano da dove viveva e lavorava tutta la famiglia, nelle campagne di Novellara. Strangolata dal sangue del suo sangue per aver rifiutato un matrimonio combinato con un cugino nel suo Paese d’origine, fatto compiuto “con premeditazione” e per “motivi abietti”.

Saman, le condanne della famiglia in secondo grado

I genitori, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, assistiti dagli avvocati Enrico Della Capanna e Simone Servillo, sono stati condannati all’ergastolo sia in primo grado che in appello; la condanna nei confronti dello zio Danish Hasnain, difeso dal legale Liborio Cataliotti, è aumentata a 22 anni di reclusione (erano 14 in primo grado). La sentenza che ha visto il ribaltamento più eclatante è però quella nei confronti dei due cugini, Ikram Ijaz (avvocato Mariagrazia Petrelli) e Noman Ul Haq (avvocato Luigi Scarcella), dapprima assolti e poi anch’essi condannati all’ergastolo.

Spetterà alla corte decidere sulla legittimità delle sentenze di secondo grado, emesse ad aprile 2025. Già nel 2020 Saman si rivolse ai servizi sociali e venne ospitata in una comunità protetta. I suoi documenti di identità erano però ancora sotto custodia della famiglia, perciò nell’aprile del 2021 fece ritorno a casa, per recuperarli. Nazia Shaheen, la madre di Saman Abbas, attraversa il cortile della Corte di appello di Bologna, scortata dalla polizia penitenziaria (Ansa)