L’Europa è un continente di 450 milioni di persone, la seconda economia del pianeta, una potenza commerciale globale, dotata di istituzioni comuni e di una raffinata architettura giuridica. Eppure non sembriamo liberi di decidere con chi commerciare, di viaggiare, di onorare o rescindere contratti, perfino di quali medicinali possiamo vendere quando si parla di Cuba.
Oggi – 18 giugno – il Parlamento europeo voterà una risoluzione su Cuba. Come sempre si discuterà dell’isola, del suo sistema politico, dei suoi limiti, delle sue contraddizioni. Tutto legittimo. Ma il punto vero è un altro. La questione cubana è diventata un ulteriore test, forse il più impietoso, sullo stato di salute dell’autonomia europea.
Ieri siamo scesi in piazza a Strasburgo, di fronte a quel parlamento in cui oggi si prenderà una decisione importante, ci siamo andati con un gioco, il Trumpoly, la versione opposta del monopoli. Non perché la situazione sia divertente, ma perché crediamo fermamente che Trump stia giocando con le vite di tutte e tutti noi. Un gioco divertente ma tremendamente serio che racconta attraverso caselle, carte, possibilità e imprevisti la realtà della Cuba sotto l’attacco di Trump.
Da oltre sessant’anni le sanzioni contro Cuba vengono condannate quasi all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e da tutti i paesi europei. Eppure continuano. Anzi, dal 29 gennaio non fanno che aumentare. Non basta colpire l’isola: bisogna intimidire chiunque abbia rapporti con essa. Banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori turistici, investitori. Anche europei.













