«Ogni vita spezzata in strada fa sanguinare sempre di più la ferita da cui non guarirò mai». Gianfranco Morra continua a portare avanti la battaglia per la figlia, Lucia, travolta a 20 anni da un’auto in via Terracina la notte tra il 29 e il 30 settembre 2023. Dal giorno dell’incidente, il 64enne napoletano non lotta solo per sé stesso ma è impegnato nella campagna di sensibilizzazione per la sicurezza stradale convinto che «nessuno debba vivere l’incubo di perdere un figlio come è capitato a me».
A che punto è il procedimento giudiziario? «La corte di Appello di Napoli ha confermato la condanna a dieci anni di carcere per l’investitore di Lucia che era in scooter con il suo amico Francesco Altamura. I due ragazzi sono morti sul colpo, travolti dall’automobilista che correva a tutta la velocità nella corsia di senso opposto, sotto effetto di alcol e stupefacenti. La conferma della sentenza di primo grado, con rito abbreviato, è stata un sollievo anche se speravo gli infliggessero 12 anni, il massimo della pena. Quello che mi fa soffrire, è che l’uomo condannato per duplice omicidio è ricorso in Cassazione e, a breve, ci sarà l’udienza. Mi auguro che non ci sia nessun passo indietro e finalmente mia figlia Lucia, così come Francesco, potranno avere giustizia». Francesco Altamura e Lucia Morra, morti in via Terracina: confermata condanna a 10 anni per l'autistaCosa pensa degli ultimi gravi incidenti a Napoli? «Provo una grande sofferenza. La ferita per Lucia non potrà mai rimarginarsi ma ho scelto di impegnarmi affinché nessuna famiglia debba più soffrire come è capitato a me. Nonostante le campagne di informazione, anche con il Comune di Napoli, l’impegno della polizia municipale e le manifestazioni con le associazioni, sembra quasi che le cose non cambino. Sono state adottate delle misure per la sicurezza stradale come gli attraversamenti pedonali rialzati ma non bastano. Ci vogliono più controlli e l’installazione di telecamere per identificare chi corre e commette imprudenze. Chi sbaglia deve pagare le conseguenze, bisogna responsabilizzare». Lei spesso parla di omicidio volontario. «L’omicidio stradale riguarda un incidente, qualcosa di imprevedibile e tragico che purtroppo accade ma quando si usa l’auto come un’arma, allora si tratta di omicidio volontario. Nel caso di Lucia, chi si è messo alla guida lo ha fatto con la consapevolezza di aver assunto alcol e droghe, non si tratta di un caso ma quasi di una certezza perché sfrecciare ad alta velocità in quello stato comporta molto probabilmente l’uccisione di una vita. In questo caso, sono state stroncate due vite di 20 e 23 anni. È un omicidio che andrebbe punito con 30 anni di carcere, per questo porto avanti la battaglia per ottenere pene più severe e adeguate nel caso di situazioni con aggravanti come la mia». Cosa le dà forza per andare avanti? «Non ho più una vita e non esiste più la felicità, anche quando sorrido c’è qualcosa di morto dentro di me. Manca un pezzo e sento ogni giorno la mancanza di Lucia. Ho altri figli, nipoti e loro sono una gioia ma io personalmente mi sento vuoto. Penso che mia figlia stava cominciando a lavorare, a essere indipendente e fare i primi viaggi con le amiche. Ripenso a quando faceva lezioni di guida con me che ero così scrupoloso da non averle dato ancora l’auto per una questione di sicurezza e invece la sua vita è stata stroncata in quel modo. La forza di andare avanti viene da Lucia, devo ricordarla e farla vivere. Anche lottare per la sicurezza stradale è un modo per stare ancora vicino a mia figlia». Cosa si augura? «Mi auguro che la Cassazione non faccia alcun passo indietro e che, finalmente, non ci siano più vie di fuga o scorciatoie per chi ha ucciso Lucia e Francesco. Il secondo desiderio riguarda tutti noi: spero veramente che con l’impegno collettivo si possa fermare questa strage di vittime della strada».







