Se davvero sarà firmata così, la bozza di «accordo» di queste ore fra gli Stati Uniti e l’Iran è la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul del 2021. A leggerli, i 14 punti che dovrebbero essere sul tavolo scorrono come se fosse il regime di Teheran ad aver dettato le condizioni e Donald Trump ad averle subite.Come raccontato più volte sul nostro giornale, sono l’istantanea di una Casa Bianca che aveva più fretta persino di un Iran bombardato e assediato di uscire dalla situazione in cui si era cacciata.
Non è difficile trovare nella bozza indizi di questo squilibrio. Al punto due, l’Iran e gli Stati Uniti «si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale e a evitare di interferire negli affari interni l’uno dell’altro». Così in questa guerra avviata da Washington uccidendo la guida suprema Ali Khamenei, con l’intenzione di forzare un cambio di regime, si conclude con il suo opposto: non solo con un regime iraniano ancora più militarizzato, ma con l’impegno formale degli americani a non azzardarsi di nuovo a rovesciarlo. Siamo lontanissimi dal miraggio con un’America che «crea la propria realtà» sul terreno: non solo un obiettivo fondamentale della guerra è fallito, ma la Casa Bianca firma solennemente l’impegno a rinunciarvi. A maggior ragione, perché la Repubblica islamica ora rivendica le acque di Hormuz e ha scoperto una formidabile arma di deterrenza nel bloccarle in caso ritenga che la Casa Bianca violi le promesse.














