Nella Magnifica Humanitas — capitolo V, dedicato a quella che Leone XIV chiama la «cultura della potenza», subito accostata alla «civiltà dell’amore» — c’è un paragrafo che propone una mappa del mondo secondo due schieramenti. E che, soprattutto, indica un superamento di quel confine invisibile e infiammato tra noi. È un confine al quale ci stiamo abituando: accomodati sulle sponde, illusi di essere lucidamente in controllo e al riparo.Scrive Robert Prevost: «Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare».
Idealisti rinchiusi nelle proprie stanze insonorizzate e cinici affacciati dai tetti del sarcasmo si somigliano, perché — insieme — confermano l’esistente, non muovono più niente e nessuno, di fatto sono appagati e complici nell’inerzia. Il realismo «sano», invece, irrompe e spinge: si infila nello spazio, sottile ma decisivo, che separa l’accettazione dalla rassegnazione.«Il realismo autentico — prosegue il paragrafo 218 dell’enciclica — non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi».La differenza sta dunque nel «dopo». L’accettazione usa la stessa visione chiara della realtà come punto di partenza. Ma lo fa per muoversi. Perché le cose non miglioreranno, da sole. E dunque capire dove sei, dove siamo, è la condizione per decidere in che direzione provare ad andare.






