“39 anni? Allora attiviamo il protocollo per gravidanza a rischio”. La frase arriva dal medico di base, ed è pronunciata con naturalezza, quasi un automatismo. Stupisce, perché non c’è nessun contesto clinico particolare, nessuna valutazione individuale. Ed è una frase che allarma. Poco dopo, la ginecologa smentisce tutto: “Ma perché a rischio, solo per l’età? Ma quando mai”. Per fortuna, la specialista non affibbia alcuna etichetta, visita e si basa su dati oggettivi: “Va tutto bene, non serve alcun protocollo speciale”. Tra questi due approcci emerge una definizione che, anche a voler far finta di non averla sentita, pesa nella testa di una donna che alla soglia dei quarant’anni sta per avere il primo figlio: ‘primipara attempata’. Questa e altre espressioni come ‘gravidanza geriatrica’ non solo datate, ma anche fuorvianti.
Nel linguaggio medico oggi si parla di ‘maternità avanzata’, una definizione che indica le gravidanze oltre i 35 anni e che porta meno giudizi impliciti dell’eufemistico ‘attempata’. Nel linguaggio anglosassone, in realtà, espressioni come geriatric pregnancy si incontrano più frequentemente che in italiano, soprattutto nella comunicazione divulgativa e online, nonostante in ambito clinico il termine corretto sia ormai advanced maternal age. Al di là delle raccomandazioni ufficiali e dell’evoluzione del lessico scientifico, queste espressioni non sono affatto scomparse dal linguaggio corrente, dagli articoli delle riviste o dal web, e non è raro sentirle ancora pronunciare anche da operatori sanitari, con l’effetto di incasellare un’esperienza importante in una descrizione che odora di declino.








