"Lei e io balleremo un valzer in punta di piedi in piazza del Diamante… gira che ti gira… Colombetta. Lo guardai molto seccata e gli dissi che mi chiamavo Natàlia e quando gli dissi che mi chiamavo Natàlia rise di nuovo e disse che io potevo avere un solo nome: Colombetta”: Mercè Rodoreda, tra le voci più brillanti della letteratura catalana del Novecento, nel suo romanzo più celebre, "La piazza del Diamante", inizia la narrazione da una piazza piena di musica e danze, quando la guerra civile è silente e c’è ancora lo spazio e il tempo per cedere all’amore, o almeno alla sua illusione. Il suo libro racconta la vita di Natàlia, che diventa donna tra le strade di Barcellona durante la guerra: una ragazza semplice, di una ostinata sensibilità – “un giorno gli dissi che pur essendo povera ero delicata di sentimenti”, come dice la protagonista –, abituata a trattenere le sue emozioni. Nel romanzo c’è tutta la cruda realtà della condizione femminile di quegli anni: “Da piccola avevo sentito dire che ti spaccano. E io avevo sempre avuto tanta paura di morire spaccata. Le donne, dicevano, muoiono spaccate…” e nonostante le paure, inizia una storia d’amore con Quimet, affascinante ma autoritario, diventa madre e vive una vita fatta di piccole cose e, per volontà del marito, di un allevamento di colombi nel solaio, svuotato da tutto ciò che lei teneva. Se da una parte i bambini e Quimet amano quella colombaia, Natàlia li detesta. La sua è una vita vissuta come su un filo teso: “Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie”. Poi arriva la guerra a compromettere l’apparente equilibrio: Quimet parte in battaglia per combattere i fascisti e Natàlia si ritrova da sola con i figli a dover sopravvivere. Così, mentre la vita consuma lentamente le loro esistenze, i colombi diventano un simbolo di caos, oppressione, ma anche di speranza quando spiccano il volo. L’autrice racconta la storia di una donna del popolo, che avanza tra miseria, perdita, solitudine e stenti nel ricercare la propria identità. E se la realtà supera di gran lunga l’immaginazione, Rodoreda accompagna per mano i lettori a guardarla con lo sguardo lucido del disincanto, in un romanzo toccante e intenso che restituisce una voce autentica, ricca di vivo candore: un’eco che ancora oggi risuona e resiste.Mercè RodoredaLa piazza del DiamanteLa Nuova Frontiera, 208 pp., 16,90 euro
La piazza del Diamante
La recensione del libro di Mercè Rodoreda edito da La Nuova Frontiera, 208 pp., 16,90 euro










