La sentenza 21194/2020 della Corte di Cassazione stabilisce i criteri necessari per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato anziché autonomo. Così un lavoratore ex partita Iva è riuscito a farsi assumere e ottenere le mensilità arretrate.
Lavoro continuativo, prestazioni da 8 ore al giorno, stipendio fisso e controllo da parte di un responsabile, ma niente Naspi, ferie retribuite o Tfr. È questa la situazione di chi ha una partita Iva ma, nei fatti, lavora come un dipendente. Una sentenza della Corte di Cassazione potrebbe mettere un punto a questa pratica adottata da alcune aziende.
Una pronuncia della Suprema Corte, relativa a un caso avvenuto a Milano, ha stabilito quali sono i necessari per riconoscere e dimostrare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato anziché autonomo: si tratta di eterodirezione e integrazione aziendale. Attenzione, però: per ottenere l'assunzione da parte dell'impresa con cui si collabora come libero professionista occorrono elementi concreti a sostegno della propria posizione. Lavoro autonomo e lavoro dipendente: quali sono le differenze Il principio cardine che distingue un lavoratore autonomo da uno subordinato è l'eterodirezione, cioè la possibilità di decidere in modo indipendente i propri orari, le mansioni e le modalità con cui svolgere le attività affidate. Questa definizione è stata ribadita dalla Corte di Cassazione nella sentenza 21194/2020, relativa a un caso di accertamento della natura del rapporto di lavoro tra le parti.









