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Insieme con Giordania, Curaçao e Capo Verde, l’Uzbekistan è una delle quattro nazionali che quest’anno giocano i loro primi Mondiali maschili di calcio, e il primo paese dell’Asia Centrale a riuscirci. È anche una delle tre nazionali arrivata ai Mondiali con un allenatore italiano: il Brasile con Carlo Ancelotti (che ha pareggiato la prima partita contro il Marocco), la Turchia con Vincenzo Montella (che ha perso 2-0 contro l’Australia) e l’Uzbekistan con Fabio Cannavaro, che nel 2006 vinse i Mondiali e il Pallone d’oro.
La prima qualificazione ai Mondiali e la presenza di Cannavaro sono senz’altro due elementi che rendono interessante l’Uzbekistan, ma non gli unici. Dietro alla qualificazione – senz’altro agevolata dal fatto che quest’anno ci sono 48 squadre anziché 32 – ci sono ragioni più profonde, che passano dai buoni risultati a livello giovanile e che partono dal rinnovato interesse verso il calcio di chi dal 2016 governa il paese in modo autoritario.
Fino al 1991 l’Uzbekistan era parte dell’Unione Sovietica, e in seguito è rimasto a lungo abbastanza chiuso e isolato a livello politico e diplomatico. La sua capitale è Tashkent, che ha più di 3 milioni di abitanti, ma la città che forse conoscete, magari senza ricordare che è lì, è Samarcanda, storico punto di passaggio per la Via della Seta, la rotta commerciale terrestre che anticamente collegava l’Europa occidentale con l’Asia orientale.














