Pubblicato il: 17/06/2026 – 15:12

ROMA La condanna a cinque anni nei confronti dell’imprenditore lametino Francesco Cianflone dovrà essere rivalutata da un’altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. La Quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, all’esito dell’udienza pubblica del 16 giugno 2026, ha annullato con rinvio la sentenza con cui i giudici di secondo grado avevano confermato la condanna per associazione di tipo mafioso e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Cianflone, difeso dagli avvocati Massimiliano Carnovale ed Enrico Grosso, era rimasto coinvolto nella cosiddetta operazione “Piana”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che nella primavera del 2013 portò all’arresto di tre imprenditori lametini ritenuti, secondo l’ipotesi accusatoria, legati alla cosca Giampà, considerata egemone nel comprensorio lametino.

Le accuse

Secondo la contestazione, Cianflone, attraverso società a lui riconducibili, sarebbe stato l’imprenditore di riferimento del clan. Il suo ruolo era stato ricostruito anche sulla base delle dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia nel procedimento “Perseo”, tra cui quelle dell’ex reggente della cosca Giuseppe Giampà. In base alla ricostruzione accusatoria, il rapporto con il gruppo criminale sarebbe nato tra il 2007 e il 2008, quando l’imprenditore, dopo avere subito pressioni intimidatorie riconducibili alla cosca rivale dei Torcasio, si sarebbe rivolto a Vincenzo Bonaddio, collocandosi così sotto l’ala protettiva dei Giampà. Da quel momento, secondo l’accusa, Cianflone non solo avrebbe ricevuto protezione, ma avrebbe assunto il ruolo di imprenditore di riferimento del clan. Nel corso del procedimento l’imprenditore aveva subito dapprima il sequestro delle proprie società e dei relativi compendi aziendali, provvedimenti poi revocati. Successivamente era arrivata la condanna del Tribunale di Lamezia Terme a cinque anni di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, decisione confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro con sentenza depositata il 23 gennaio 2026. La pronuncia di secondo grado è stata quindi impugnata davanti alla Cassazione dai difensori, che hanno presentato ricorso e successivi motivi aggiunti. Al centro delle censure difensive, l’impossibilità – secondo i legali – di inquadrare Cianflone nella categoria dell’imprenditore mafioso partecipe del sodalizio criminale.