La fusione nucleare è una delle promesse più ambiziose della transizione energetica. Per Alberto Loarte, responsabile della divisione scientifica di Iter – Reattore sperimentale termonucleare internazionale – e tra i massimi esperti mondiali del settore, portarla sulla Terra significa tentare di replicare artificialmente ciò che avviene nel cuore delle stelle. Una sfida ancora lontana dall’applicazione industriale, ma ormai, secondo lui, ben incardinata nella ricerca. Intervistato in occasione di The Big Interview, Loarte spiega come questa tecnologia potrebbe trasformare radicalmente il modo in cui il pianeta produce energia, segnando un passaggio potenzialmente decisivo verso un sistema energetico più stabile e indipendente dai combustibili fossili.Per spiegare questa tecnologia, parte da una distinzione fondamentale: la differenza tra fissione e fusione. “Nell’energia nucleare, quando si bruciano i nuclei degli atomi, la massa non si conserva. In questa non conservazione si produce energia”, spiega, richiamando la formula di Einstein. Ma mentre la fissione divide nuclei pesanti come l’uranio, la fusione fa il contrario: unisce nuclei leggeri di idrogeno per generarne di più pesanti, liberando enormi quantità di energia. È lo stesso meccanismo che tiene acceso il sole da miliardi di anni, il punto, però, è che sulla Terra questo processo deve essere accelerato.Iter e la sfida del plasmaPer riuscirci, serve portare la materia in uno stato estremo: il plasma, il cosiddetto quarto stato della materia. Un gas così caldo da strappare gli elettroni agli atomi, trasformandoli in una “zuppa” di nuclei ed elettroni. "La maggior parte della materia nell’universo è in questa forma. Sulla Terra la vediamo raramente, per esempio nei fulmini”, racconta.Il problema è che per far fondere questi nuclei bisogna raggiungere temperature di centinaia di milioni di gradi, circa dieci volte più alte del centro del sole. A quel punto entra in gioco Iter, un gigantesco tokamak costruito per confinare questo plasma con campi magnetici potentissimi. “Quello che vogliamo fare è impedire che questo gas molto caldo perda energia e si espanda”, spiega Loarte.Iter è pensata per dimostrare che la fusione può funzionare su larga scala. Il suo obiettivo è produrre cinquanta volte più energia termica di quella usata per innescare la reazione. “È una dimostrazione di principio, scientifica e tecnica”, precisa. Non elettricità, dunque, ma la prova che il cuore del processo è sostenibile.I nodi ancora da sciogliereLa vera sfida, però, non è solo accendere la fusione. È mantenerla e renderla industriale. Loarte individua due problemi ancora aperti: i materiali e il combustibile.I neutroni generati dalla fusione, spiega, sono estremamente energetici e colpiscono le pareti del reattore, danneggiandole nel tempo. “Una delle cose che dobbiamo dimostrare è che abbiamo materiali in grado di assorbire questi neutroni”. È un lavoro che procede in parallelo, con progetti di ricerca specifici, come quello in costruzione a Granada.L’altro nodo riguarda il trizio, uno dei due isotopi di idrogeno necessari insieme al deuterio. Se il deuterio è abbondante nell’acqua, il trizio non esiste in natura in quantità utilizzabili. Deve essere prodotto dentro il reattore, a partire dal litio. “La cosa positiva è che viene prodotto dal litio e ne abbiamo tanto nei telefoni, nelle auto e nelle batterie. Ma questa tecnologia non è semplice”, sottolinea.Una tecnologia per il lungo periodoPer questo, Loarte invita a guardare alla fusione con realismo. Secondo il piano di Iter, serviranno circa vent’anni per risolvere le principali questioni scientifiche e tecniche. Solo dopo si potrà costruire un primo prototipo commerciale. “In linea di massima tra circa 20-25 anni saremo in grado di iniziare a costruire un primo prototipo di reattore”.Di conseguenza, la fusione non può essere la risposta alle urgenze immediate della crisi climatica, che richiedono interventi già oggi con le tecnologie disponibili. E infatti Loarte è chiaro: la transizione energetica deve accelerare adesso con le tecnologie già disponibili. Ma la fusione può diventare il pilastro del lungo periodo, sostituendo progressivamente combustibili fossili e, in parte, anche la fissione.“È un’energia che puoi controllare. Non dipende dal giorno o dalla notte, dal vento o dal sole”, dice. Una fonte stabile, continua, programmabile: il complemento ideale alle rinnovabili.L’energia come progetto globaleC’è poi una dimensione politica che rende Iter unico. Il progetto mette insieme le principali potenze mondiali — dall’Unione europea agli Stati Uniti, passando per Cina, India, Corea del Sud e Russia — in una collaborazione che resiste anche alle tensioni geopolitiche.Per Loarte, è un segnale importante: la fusione potrebbe cambiare la logica stessa delle guerre energetiche. Non più lotta per petrolio e gas, ma competizione tecnologica. “Stiamo sviluppando una fonte di energia per il mondo, non per un paese specifico”, afferma.È forse questa la vera scommessa della fusione, non solo produrre energia pulita e abbondante, ma ridisegnare i rapporti di forza attorno all’energia stessa. Un obiettivo lontano, ma mai come oggi, secondo Loarte, meno astratto di quanto sembri.