Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, è categorico: l’accordo richiede il ritiro immediato delle forze israeliane dal Libano. Il mondo attende il sigillo del pre-accordo, il «Memorandum di Islamabad», tra Washington e Teheran per porre fine a mesi di ostilità. Ma il Libano potrebbe diventare il punto di rottura critico per determinare il successo o il fallimento dell’intera iniziativa diplomatica.

PER LA REPUBBLICA islamica, la pace non può prescindere dalla situazione nel Paese dei Cedri. Secondo Araghchi, finché Israele occuperà i territori conquistati durante l’ultima fase del conflitto, la guerra non potrà considerarsi del tutto conclusa. Teheran pretende che il cessate il fuoco copra tutti i fronti, includendo esplicitamente la fine delle operazioni militari contro Hezbollah. Un vero «incubo politico» per il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha respinto il ritiro, affermando che le truppe israeliane rimarranno nel sud del Libano «finché sarà necessario».

Il Memorandum chiude, almeno sulla carta, quella che gli iraniani definiscono la «terza guerra imposta», un conflitto durato oltre cento giorni che ha lasciato dietro di sé distruzione economica e tensioni irrisolte. Negoziare con Washington è già di per sé significativo per la Repubblica islamica. Che nei prossimi giorni Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, e JD Vance, vicepresidente Usa, si incontrino per siglare un memorandum che proietterà le parti verso ulteriori negoziati, è un evento di rilievo storico: il tabù iraniano di trattare direttamente con Washington si è rotto.