Non aveva l’aria di uno sgombero quello di ieri mattina in via Bencivenga 15, a Roma: sembrava che lo scopo delle forze dell’ordine accorse all’alba fosse unicamente quello di arrestare alcuni occupanti nell’ambito della maxi operazione contro gli anarchici legata ai sabotaggi ferroviari dello scorso febbraio, e di procedere ad una perquisizione. Invece nel corso della giornata i locali sono stati murati, le sei persone presenti all’interno portate in questura, mentre fuori si riuniva un gruppo di solidali.

QUALCHE ARTICOLO recente che lamentava la mancanza di «controllo pubblico» nei locali dell’ex stazione di Posta Pontificia occupati 25 anni fa rappresentava però un indizio, e ripristinare la legalità e il decoro in un’area «degradata», in quello slargo a pochi passi da Via Nomentana, era quanto chiesto a gran voce appena due giorni fa dall’influencer di destra Simone Carabella sui suoi canali. La risposta del Bencivenga occupato era già lì, impressa sulla facciata: «Il vero degrado è la quotidianità imposta».

CARABELLA per altro si era reso protagonista di una scena ad uso e consumo social, in cui aveva strappato una bandiera palestinese affissa nel piazzale, issando al suo posto un tricolore: «Qua stiamo a Roma e stiamo in Italia. L’unica bandiera è questa qui, quella italiana» aveva affermato l’influencer. Quella bandiera è poi riapparsa come in un gioco di prestigio all’interno dello spazio, nelle foto diffuse dalle forze dell’ordine, intente a sgomberare quello che era noto semplicemente come il Bencivenga. Che l’ideologia patriota al governo sia legata a questo e ad altri sgomberi, d’altronde, è indubbio. Dall’insediamento di Meloni sono stati chiusi luoghi simbolici per i movimenti come il Leoncavallo e l’Askatasuna, ma a Roma sono stati colpiti soprattutto gli spazi più radicali, quelli che non avevano alle spalle alcun percorso di regolarizzazione. In ordine di tempo, l’ultimo appena un mese e mezzo fa, Laurentino38; prima, lo scorso gennaio, Zk Squat, due anni fa Torre Maura Occupata.