Una cosa è certa, di Milano, o quantomeno appare tale a chi vi abita o a chi si trovi anche solo ad attraversarla ma tenendo gli occhi aperti. Ed è che, in questi anni, la città ha perso gran parte della sua anima e la sta perdendo ogni giorno di più.
Forse non l’ha persa ancora del tutto: ma quanti grammi avanzano, di quei ventuno che si dice siano il peso dell’anima? È questo d’altronde il rischio che corrono le comunità, piccole o grandi che siano, che si consegnino solo a speculazioni e consumi nelle quali, per il resto, vengano a scomparire i luoghi di aggregazione o ne sopravvivano sempre meno: quello di perdere l’anima.
A quante nuove costruzioni di edifici o grattacieli inarrivabili abbiamo assistito e stiamo assistendo, a Milano, in questi ultimi anni? E contemporaneamente: a quante scomparse di centri sociali, circoli, locali, cinema, teatri, librerie? Si potrebbe obiettare: Milano è solo il paradigma di una deriva più vasta, più profonda. Ma questo cosa toglie alla gravità del problema? Niente. Significa solo che il discorso su Milano può valere anche in generale. E rimane comunque il fatto che il problema, a Milano, sembra aver assunto dimensioni quasi incontrollate.
A scomparire sono luoghi spesso a loro volta anche privati, d’accordo, ma tutti pur sempre a vario titolo condivisivi e socializzanti: nei quali dunque il privato confina con il pubblico, e che perciò il pubblico deve o dovrebbe sempre sentirsi chiamato a sostenere e proteggere, nei limiti del possibile. È successo e sta succedendo il contrario, invece: perché possiamo forse negare che le amministrazioni pubbliche in questi anni abbiano preferito assecondare le speculazioni e le mercificazioni, piuttosto che cercare di impedirle o anche solo di opporvi progetti alternativi?






