Del Salone del libro di Torino, delle centinaia di festival e rassegne che animano ogni angolo d’Italia i protagonisti non sono solo i libri, la musica, il teatro. I protagonisti sono i corpi: molti, moltissimi corpi. Escono, tornano in strada.

Qualcosa ci sfugge della misteriosa curva gemella che vede volare, insieme, i dati della nostra dipendenza digitale e quelli della nostra domanda di immersione negli eventi dal vivo. Connessione, disconnessione. Il nuovo misterioso solfeggio, il pendolo che continuamente ci fa perdere e riprendere la vita. La mano destra scrolla su Instagram e si ipnotizza su TikTok; la mano sinistra cerca spazi di verità nelle esperienze dal vivo. La febbre dei live, la domanda di eventi a cui partecipare “in presenza” è in costante salita. Sarà per questo che la lontana idea di una nuova pandemia da hantavirus – ma qualunque anche remota altra notizia di contagio – semina allarme e talvolta panico: nessuno è più disposto a barricarsi ancora nel remoto isolazionismo da appartamento.

Intossicati di mail, messaggistica istantanea, social di ogni genere e grado compulsiamo la ricerca di spazi incontaminati in cui il sipario di un teatro, il recinto di transenne di un concerto, il fascino magnetico di un’orazione civile di piazza ci consentano di spegnere l’intrusione continua del martellamento di impulsi elettrici sempre accesi. Mettere i device in modalità aereo. Spegnere il videogioco sparatutto che interferisce senza soluzione di continuità. Finalmente fare una cosa alla volta. Stare dentro lo spazio protetto dell’esperienza. Non più da soli davanti a uno schermo, piccolo o grande, con un dispositivo da cui entra troppo mondo per troppo tempo. Dentro comunità temporanee che si ritrovano in cerchi a ballare la stessa danza della pioggia.