«Se venite a sentire il sottoscritto in parrocchia vedrete che parlo di Dio, Cristo e della vita eterna», disse una volta ai giornalisti, per replicare alla critica che lo infastidiva di più: parlare sempre di politica e mai di Gesù. Una critica che giustamente lo feriva, ma che trovava qualche fondamento nei suoi discorsi pubblici.

Nella prolusione al VII Forum del progetto culturale del 2 dicembre 2005, per esempio, l’uomo di Nazareth era stato nominato otto volte accanto allo storico Ernesto Galli della Loggia, suo amico. E neppure una volta nella relazione di apertura della Settimana sociale dei cattolici italiani di Bologna, 7 ottobre 2004, dove figuravano Nicholas Negroponte e Giovanni Sartori.

In quel periodo seguivo il cardinale Camillo Ruini nelle chiese romane, in periferia, San Giovanni Battista in Collatino, Santi Ottavio e Martiri a Casal del Marmo. Dimostrava di conoscere i problemi del territorio, chiamava i sacerdoti per nome, ma non trasmetteva calore umano, semmai deferenza.

Ai Santissimi Patroni, alle pendici del Gianicolo, per simboleggiare la costruzione delle nuove chiese, gli regalarono un mattone. Al raduno dei neo-catecumenali al Circo Massimo, durante il Giubileo del 2000, lo vidi quasi smarrito nel clima infervorato, cercò nella memoria qualcosa di intimo da raccontare. «Durante l’adolescenza c’era la guerra e io passai l’estate a casa di mio zio. Fu un periodo importante, che non dimenticherò mai. Imparai il latino».