Con oltre il 99% delle schede scrutinate, Keiko Fujimori ha la vittoria in tasca: il suo vantaggio è salito a 33mila voti – 50,09% contro 49,91% -, in lento ma costante aumento. Se avessero votato solo i peruviani, il candidato progressista Roberto Sánchez ce l’avrebbe fatta, seppure di strettissima misura: a ribaltare l’esito del ballottaggio, dopo uno spoglio lunghissimo e logorante, è stato il voto dei peruviani all’estero, che hanno assegnato alla figlia dell’ex dittatore oltre il 63% delle preferenze, pari a quasi 185mila voti. Una forte maggioranza che non si è registrata solo negli Stati Uniti o in Argentina, ma anche in Brasile e in Spagna, indipendentemente, cioè, da come sia governato il paese ospitante.
L’ennesima conferma, in questo caso tragicamente paradossale, di come l’onda nera che sta travolgendo l’America Latina e il mondo intero sia al momento difficile da arginare: con il Perù salgono a dieci i paesi latinoamericani governati da una destra più o meno estrema, e, stando ai sondaggi, potrebbero salire a undici dopo il ballottaggio di domenica in Colombia.
Ma se per la sinistra, e in generale per le forze progressiste, è una disfatta difficile da digerire, lo è tanto di più in Perù, dove neppure il radicatissimo antifujimorismo, grazie a cui la Señora K aveva perso tre ballottaggi di fila, ha avuto la meglio sull’avversione per tutto ciò che sappia anche lontanamente di comunismo, identificato tout court con il terrorismo di Sendero Luminoso. E poco importa che di comunista Roberto Sánchez non abbia nulla. Né ha probabilmente aiutato la fallimentare esperienza del governo di Pedro Castillo, terminata con una sorta di disperato autogolpe in risposta al sabotaggio permanente disposto dal Congresso.














