Tra nascite in calo, figli rinviati e politiche insufficienti, la denatalità è un puzzle dai tanti tasselli. Contano l’economia, la cultura e i mutamenti sociali, e non ci sono soluzioni semplici. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20
“La bellezza è un enigma”, ricorda Dostoevskij in un passaggio de L’idiota. Anche la fecondità però non scherza. E se, nello stesso romanzo, al protagonista, l’ambivalente principe Myškin, viene attribuita la famosa frase “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”, la denatalità non solo non ci salverà, ma è destinata a crearci non pochi problemi.
Il quadro è noto. Il tasso di fecondità totale, ovvero il numero medio di figli per donna in età fertile (15-49), in Italia continua a colare a picco: 1,14 nel 2025 secondo l’Istat, ben al di sotto del cosiddetto tasso di sostituzione necessario a mantenere stabile la popolazione (2,1). Sono esattamente 50 anni che siamo sotto quella soglia, e siamo in abbondante compagnia: oggi i due terzi della popolazione mondiale vivono in Paesi con tassi di fecondità inferiori a 2. Tolta l’Africa e una manciata di paesi centro-asiatici e latino-americani, l’umanità è in denatalità dappertutto.
Anche le implicazioni socio-economiche sono note, e quantificate. Bassa fecondità significa un Paese più vecchio, che spende di più in sanità, assistenza di lungo periodo e pensioni (più basse). Nel 2050, secondo le stime di Itinerari Previdenziali, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni (trainato in primis dagli over 80), e il rapporto lavoratori/pensionati, ovvero tra chi paga le pensioni e chi le riceve, si attesterà su 1:1 (oggi è 3:2). Ma un Paese vecchio è anche un Paese in cui si lavora, si produce e si innova di meno. I risparmi sono destinati ad aumentare e la domanda privata a calare, frenando la crescita, è il combinato disposto della stagnazione secolare (copyright Larry Summers, già Segretario del Tesoro Usa con Clinton).









