Per mesi si sono mossi tra le grandi biblioteche europee con discrezione. Chiedevano di consultare rare edizioni della letteratura russa dell'Ottocento, sfogliavano i volumi, prendevano appunti, fotografavano rilegature e dettagli. Poi sparivano. E quando i bibliotecari tornavano a controllare, era già troppo tardi: i libri originali erano stati sostituiti con copie quasi perfette. Ora il tribunale penale di Parigi ha condannato sei cittadini georgiani nell'ambito della cosiddetta "Operazione Puškin", una delle più vaste indagini europee sul traffico di libri antichi degli ultimi decenni. Le pene vanno da diciotto mesi con sospensione condizionale fino a sette anni di carcere. I giudici hanno riconosciuto l'esistenza di una rete organizzata responsabile di furti e tentati furti ai danni di biblioteche francesi, collegata a un più ampio saccheggio che tra il 2022 e il 2023 avrebbe portato alla scomparsa di circa 170 volumi rari da istituzioni culturali di nove Paesi europei, dalla Svizzera alla Finlandia.
La sentenza, però, chiarisce soltanto una parte della storia. Perché se oggi sappiamo chi ha materialmente sottratto quei libri, continuiamo a non sapere con certezza perché e per conto di chi lo abbia fatto. Colpisce, d’altronde, la straordinaria selettività dei bersagli: nel mirino dei trafugatori sono finite opere di Michail Jur'evič Lermontov, Evgenij Abramovič Baratynskij, Nikolaj Gogol', Fëdor Dostoevskij, ma soprattutto di Aleksandr Sergeevič Puškin. Una scelta che difficilmente può essere considerata casuale.













