I vecchi smartphone che teniamo in un cassetto o conferiamo alle isole ecologiche potrebbero diventare l'ossatura di un piccolo data center sostenibile. Il progetto sperimentale dell'Università della California a San Diego, raccontato pochi giorni fa sul blog di Google, prevede infatti il riciclo di migliaia di vecchi cellulari Pixel Fold. I ricercatori Jennifer Switzer e David Patterson spiegano che l'obiettivo è dare una seconda vita ai dispositivi dismessi, trasformandoli in una piattaforma di cloud computing a basso costo e a basse emissioni per studenti e ricercatori. In sintesi andare oltre il progetto analogo attuato nel 2017 da due ricercatori di Princeton - il loro prototipo di server usava Samsung Galaxy Note 4 – e dimostrare cosa conti davvero come infrastruttura.
Il problema delle emissioni nascoste
L'impronta di carbonio dell'informatica nasce da due fonti distinte. Da una parte le emissioni operative che derivano dall'energia consumata durante l'uso, e che si affrontano giocando su efficienza energetica ed elettricità green. Dall’altra le emissioni incorporate che riguardano invece la produzione dell'hardware e rappresentano un ostacolo molto più complesso, perché legate ai materiali e ai processi industriali necessari per fabbricare i dispositivi. Lo smartphone è un protagonista di questa partita. Gli utenti sostituiscono il telefono in media ogni quattro anni, spesso per il desiderio di un modello più nuovo, eppure molti apparecchi conservano intatte le funzioni di calcolo. Un telefono considerato obsoleto, come sottolinea Switzer, resta un “computer” relativamente potente, dotato di processori, acceleratori, memoria e archiviazione. Rimetterlo in servizio significa ridurre la necessità di estrarre nuove materie prime e quindi abbattere le emissioni legate alla produzione.











