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Paolo Condò

L'allenatore portoghese ritiene il Milan la squadra ideale per rilanciarsi. Cardinale si assicuri che il suo arrivo abbia una genesi limpida, non nebulosa

Diciannove mesi fa, quando il Manchester United pagò l’indennizzo allo Sporting Lisbona per soffiarglielo a stagione in corso, Ruben Amorim era uno degli allenatori più desiderati del grande giro. Si sapeva che alla fine di quella stagione qualche club enorme l’avrebbe ingaggiato, non si immaginava che lo United — disperato dal 2013, Sir Alex Ferguson in pensione — avrebbe anticipato tutti sulla spinta del nuovo azionista, Sir Jim Ratcliffe, il patron di Ineos. Una storia così ricca di Sir si è conclusa purtroppo 14 mesi dopo nel meno nobile dei modi, l’esonero decretato da un diesse qualsiasi, tale Wilcox, perché Amorim aveva puntualizzato di sentirsi un manager, e dunque abilitato a scegliere i giocatori da acquistare e vendere, anziché un semplice allenatore, che fa con quello che gli danno.

La rivendicazione di un’identità professionale che al Milan non possono non aver valutato nel momento in cui hanno scelto il tecnico portoghese come leader della nuova ricostruzione. Amorim è bravo, ma il suo 3-4-2-1 (e derivati) è un abito che necessita di giocatori cui calzi a pennello. Non lo adegua a chi c’è come fanno gli allenatori, individua gli interpreti necessari come fanno i manager. Di quanto spazio di manovra godrà al Milan un tecnico che ragiona così? La buona notizia — che non sorprende noi, speriamo nemmeno Cardinale — è che Amorim ritiene il Milan l’ambiente ideale per rilanciarsi. Ha letto i sacri testi, sa che dietro al Real Madrid nessuno ha vinto più Campioni/Champions, avverte il brivido di una storia che va dal trio svedese a quello olandese, passando per Palloni d’oro italiani assegnati (Rivera) o mancati (Baresi e sì, Paolo Maldini).