Cristina Peruzzi, a quarantacinque anni dal sequestro, può dire di esserne ‘uscita’ o è un’ombra che non si stacca mai? "Ci convivo ogni giorno. Non c’è giornata in cui un odore, un rumore o un’ombra non mi riportino lì. Se sento l’odore della cipolla, che i carcerieri usavano per il risotto, mi sento mancare le gambe. Se qualcuno mi sbuca alle spalle all’improvviso, ho un sobbalzo, un mezzo infarto. Razionalmente sai di essere al sicuro, ma il corpo non dimentica. Dormo come i gatti, sempre vigile. Non se ne esce mai del tutto".
La danza è stata la sua salvezza. "Sì, la danza mi ha salvato la vita. È una disciplina che ti insegna a ballare anche quando i piedi sanguinano. Dopo il sequestro, ho voluto che la mia immagine fosse quella dell’insegnante di danza, non della ’sequestrata’. In sala, con la musica, il mondo fuori sparisce. Ho perfino creato coreografie sulla violenza; la privazione della libertà è una forma di violenza assoluta, una mancanza di intimità e sicurezza che ti fa sentire una nullità, considerata al pari di un animale".
Al suo ritorno, la sua famiglia scelse il silenzio. È stato un errore? "Sì, fu uno sbaglio non fare un percorso psicologico. Avevo 17 anni ma ero poco più di una bambina, ingenua. Quell’esperienza mi rivelò invece l’esistenza del ‘bobo nero’, del male, della possibile malvagità delle persone. D’altra parte, all’epoca, nell’81, non c’era l’attenzione di oggi. In famiglia decisero che non bisognava parlarne, come se non fosse successo niente. Volevano proteggermi, ma sviscerare quel dolore sarebbe stato meglio. Mi sono fatta scudo da sola, forse proprio grazie alla danza che crea uno status di evasione dai problemi".







