La firma del rinnovo del contratto delle Funzioni centrali per il triennio 2025-2027 è una buona notizia. Lo è per almeno tre ragioni. La prima è che il contratto è stato siglato entro il triennio di riferimento, un fatto tutt’altro che scontato nella storia della contrattazione pubblica italiana. La seconda è che l’accordo è stato sottoscritto dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali rappresentative, compresa la Cgil, che aveva invece rifiutato di firmare il rinnovo precedente. La terza è che il rinnovo considera, oltre alla dimensione retributiva, anche aspetti riguardanti la formazione, il lavoro agile, le ferie e altre condizioni che contribuiscono a definire la qualità del lavoro. Tuttavia, questi elementi non possono far dimenticare il contesto nel quale il rinnovo si inserisce. Gli aumenti previsti contribuiscono certamente a recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto negli ultimi anni, ma non modificano una tendenza di lungo periodo. I dati dell’Ocse e di Eurostat mostrano infatti come i salari reali italiani si collochino oggi sostanzialmente sugli stessi livelli di fine anni Novanta. La forte inflazione del 2022-2023 ha reso più grave una fragilità già esistente, comprimendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Come si è arrivati a questa situazione? Le cause sono numerose e tra loro interrelate. Vale però la pena richiamarne due. La prima riguarda la debole crescita della produttività. Negli ultimi trent’anni la produttività oraria del lavoro è aumentata in Italia molto meno che nei principali paesi europei. In assenza di una crescita della produttività diventa difficile sostenere aumenti salariali consistenti e duraturi. La seconda riguarda il modo in cui una parte del sistema produttivo italiano ha cercato di mantenere la propria competitività. Più che sull’innovazione, sugli investimenti e sulla qualificazione del lavoro, molte imprese hanno continuato a competere attraverso il contenimento dei costi. In questo quadro salari bassi e bassa produttività hanno finito per alimentarsi reciprocamente. Il lavoro pubblico presenta tuttavia alcune peculiarità. Qui il problema non è competere sul mercato, ma mettere le amministrazioni nelle condizioni di svolgere efficacemente le proprie funzioni. Ridurre i tempi delle autorizzazioni, garantire servizi efficienti, sostenere cittadini e imprese nelle transizioni significa contribuire direttamente alla crescita del Paese e alla produttività dell’intero sistema economico. Inoltre, vi è un’altra peculiarità che distingue il settore pubblico. Lo Stato è anche il maggiore datore di lavoro del Paese. Il modo in cui tratta i propri dipendenti – i tempi dei rinnovi, il livello delle retribuzioni, la qualità delle condizioni di lavoro – non è una questione interna alle amministrazioni. È un segnale per l’intero sistema economico. Uno Stato che ritarda i contratti o comprime i salari pubblici rende più difficile sostenere, sul piano sociale e politico, la stessa esigenza nel settore privato. Per questo il rinnovo delle Funzioni centrali assume un significato che va oltre gli aumenti retributivi. Pur rappresentando un segnale positivo, non risolve il problema dei salari italiani, che ha radici profonde e richiede interventi ben più ampi della sola contrattazione. Ricorda però che lo Stato ha una responsabilità particolare nel riconoscere e valorizzare il lavoro. Anche da questo dipende il modo in cui una società attribuisce valore alle competenze, all’impegno e alla qualità dell’occupazione.
Contratto pubblico, il segnale oltre gli stipendi
La firma del rinnovo del contratto delle Funzioni centrali per il triennio 2025-2027 è una buona notizia. Lo è per almeno tre ragioni. La prima è che il contratto è stato siglato entro il triennio di riferimento, un fatto tutt’altro che scontato nella storia della contrattazione pubblica italiana. La seconda è che l’accordo è stato sottoscritto dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali rappresentative, compresa la Cgil, che aveva invece rifiutato di firmare il rinnovo precedente. La terza è che il rinnovo considera, oltre alla dimensione retributiva, anche aspetti riguardanti la formazione, il lavoro agile, le ferie e altre condizioni che contribuiscono a definire la qualità del lavoro. Tuttavia, questi elementi non possono far dimenticare il contesto nel quale il rinnovo si inserisce. Gli aumenti previsti contribuiscono certamente a recuperare almeno una parte del potere d’acquisto perduto negli ultimi anni, ma non modificano una tendenza di lungo periodo. I dati dell’Ocse e di Eurostat mostrano infatti come i salari reali italiani si collochino oggi sostanzialmente sugli stessi livelli di fine anni Novanta. La forte inflazione del 2022-2023 ha reso più grave una fragilità già esistente, comprimendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Come si è arrivati a questa situazione? Le cause sono numerose e tra loro interrelate. Vale però la pena richiamarne due. La prima riguarda la debole crescita della produttività. Negli ultimi trent’anni la produttività oraria del lavoro è aumentata in Italia molto meno che nei principali paesi europei. In assenza di una crescita della produttività diventa difficile sostenere aumenti salariali consistenti e duraturi. La seconda riguarda il modo in cui una parte del sistema produttivo italiano ha cercato di mantenere la propria competitività. Più che sull’innovazione, sugli investimenti e sulla qualificazione del lavoro, molte imprese hanno continuato a competere attraverso il contenimento dei costi. In questo quadro salari bassi e bassa produttività hanno finito per alimentarsi reciprocamente. Il lavoro pubblico presenta tuttavia alcune peculiarità. Qui il problema non è competere sul mercato, ma mettere le amministrazioni nelle condizioni di svolgere efficacemente le proprie funzioni. Ridurre i tempi delle autorizzazioni, garantire servizi efficienti, sostenere cittadini e imprese nelle transizioni significa contribuire direttamente alla crescita del Paese e alla produttività dell’intero sistema economico. Inoltre, vi è un’altra peculiarità che distingue il settore pubblico. Lo Stato è anche il maggiore datore di lavoro del Paese. Il modo in cui tratta i propri dipendenti – i tempi dei rinnovi, il livello delle retribuzioni, la qualità delle condizioni di lavoro – non è una questione interna alle amministrazioni. È un segnale per l’intero sistema economico. Uno Stato che ritarda i contratti o comprime i salari pubblici rende più difficile sostenere, sul piano sociale e politico, la stessa esigenza nel settore privato. Per questo il rinnovo delle Funzioni centrali assume un significato che va oltre gli aumenti retributivi. Pur rappresentando un segnale positivo, non risolve il problema dei salari italiani, che ha radici profonde e richiede interventi ben più ampi della sola contrattazione. Ricorda però che lo Stato ha una responsabilità particolare nel riconoscere e valorizzare il lavoro. Anche da questo dipende il modo in cui una società attribuisce valore alle competenze, all’impegno e alla qualità dell’occupazione.






