«Eppur si muove», dice Daniela Palumbo, direttrice della sede di Napoli della Banca d’Italia, presentando i dati economici 2025 della Campania nella sua ultima conferenza stampa prima di lasciare l’incarico. Tutt’altro che fuori luogo la citazione della frase attribuita a Galilei: perché quasi tutti gli indicatori esaminati dalla Divisione Analisi e Ricerca economica territoriale dell’Istituto di via Cervantes confermano che la regione si è rimessa in moto. E, di conseguenza, che il cambio di paradigma nella narrazione del suo trend di crescita è a dir poco obbligato.
Il Pil è aumentato dello 0,9% rispetto all’anno precedente, quasi il doppio della media nazionale (0,5%) e più di quella Sud (0,7%). A beneficiarne sono stati tutti i settori, con servizi e costruzioni in testa (oltre il 2% l’incremento del valore aggiunto di quest’ultimo comparto per effetto del Pnrr, con un importante +3,3% delle compravendite nel mercato residenziale). Ma è tornata anche l’industria perché «si è arrestata la fase sfavorevole per le aziende industriali che aveva caratterizzato l’anno precedente: è di nuovo attivo il saldo tra la quota delle aziende con fatturato in aumento e quelle in diminuzione». È cresciuta la spesa per investimenti, un significativo +3% che Bankitalia collega soprattutto alla Zes unica: in Campania sono stati finanziati interventi per circa 2,7 miliardi di cui la metà destinati a piccole imprese. L’occupazione Ma sono gli aggiornamenti sul mercato del lavoro, illustrati da Luca Sessa in conferenza stampa e poi nel pomeriggio con Simone Zuccolalà nel tradizionale incontro con gli stakeholder del territorio, a dare il senso del motore regionale riaccesosi. L’occupazione regionale è cresciuta anche in questo caso (2,6%) più delle medie Italia e Mezzogiorno, interessando tutti i settori ma in particolare i servizi (e marcatamente commercio, alberghi e ristoranti). Il tasso di occupazione è salito di un altro punto percentuale, rafforzando una tendenza già in atto negli ultimi anni (da 44,4% nel 2023 era salita 45,4% un anno dopo, per arrivare a 46,7% nel 2025). Sono segnali di continuità che non fanno dimenticare la distanza dalla media nazionale (oltre il 60%) ma indicano una dinamica finalmente in movimento, appunto, pur tra incognite e criticità (il calo delle retribuzioni private è stato quasi il doppio della media Italia, -11,5% contro il-6,2% nel periodo 2008-2023).Intervista Marco Scioli: «Al Sud talento e idee merita più investitori»E c’è soprattutto un dato che aiuta a raccontare ciò che di nuovo sta accadendo sul mercato del lavoro regionale: tra il 2012 e il 2023 «è fortemente cresciuta in Campania (+45%, più di Sud e Italia) l’occupazione nei settori Ict e delle attività professionali, scientifiche e tecniche», spiega Bankitalia. È qui che si registra la maggiore nascita di nuove imprese, favorite dalle dimensioni inferiori ma capaci di far lievitare i livelli di produttività, che restano la grande scommessa per il futuro del Paese. Non siamo ovviamente alla compensazione del perdurante calo dell’automotive (-36,7% il tonfo dell’export) ma sono una chiave di lettura attendibile e stimolante del cambio di passo in corso, ancorché ancora poco o nulla accompagnato dal venture capital. Prima della guerra Certo, i dati vanno letti al netto di ciò che è accaduto quest’anno, con le conseguenze energetiche imposte a imprese e famiglie dalla crisi di Hormuz. Ma non si può ignorare il peso anche in prospettiva delle indicazioni emerse dal 2025. Il rafforzamento, ad esempio, di comparti come il farmaceutico, l’agroalimentare e il turismo che hanno intensificato export, fatturati e assunzioni, sia pure con immancabili distinguo (nell’agroalimentare bene pasta e caseario, meno bene il conserviero). E gli ulteriori progressi dell’economia del mare, a partire dal sistema portuale, salito di tono e di attrattività: in un anno la movimentazione dei container è cresciuta del 5,1%, grazie soprattutto allo scalo di Salerno, mentre la spinta del turismo, soprattutto dall’estero, ha favorito l’incremento dei passeggeri di traghetti/aliscafi (+1%) e in particolare dei crocieristi (+7%). Si è insomma consolidato un sistema economico nel quale gli aiuti di Stato restano vitali (un’impresa ogni 8 ne beneficia in Campania) ma al tempo stesso l’occupazione guarda sempre di più alle imprese medie e grandi e molto meno alle micro e piccole aziende, a riprova del fatto che si sta prendendo atto della sempre più crescente difficoltà di queste ultime di essere competitive su mercati diversi da quelli locali.Il Sud riparte dal lavoro: due milioni di occupati con il programma GolIn questo contesto anche la finanza pubblica locale dà segnali di ripresa (il debito consolidato delle amministrazioni locali è diminuito del 4%, che non era un dato scontato) mentre la spesa in consumi delle famiglie non è calata come si temeva. Resta il fatto che una quota elevata delle famiglie campane, dove sono maggiormente presenti minori e stranieri, continua a collocarsi nelle fasce più basse della distribuzione della spesa a livello nazionale. E che «una valutazione multidimensionale del grado di benessere delle famiglie, che oltre agli aspetti economici considera ulteriori dimensioni legate al contesto sociale, istituzionale e ambientale, indica che la Campania, pur evidenziando indicatori in recupero negli anni più recenti, presenta livelli complessivamente inferiori alla media del Paese».








