Mentre scrivevo “Genocidio” (Piemme, 2025) mi sono convinta che la differenza non è più tra ciò che pensano la destra e la sinistra su quanto accade a Gaza e ora in Cisgiordania e in Libano. Il vero discrimine è tra chi crede che il diritto internazionale sia applicabile in modo universale e chi ritiene sia una prerogativa solo del mondo occidentale bianco». Rula Jebreal è giornalista, scrittrice, docente ed esperta di politica internazionale, conduttrice di programmi in tv: la sua voce trema quando parla del suo popolo a rischio sterminio.Lei ha rotto un tabù utilizzando quel titolo.«Ho scelto di usare la parola genocidio perché è ciò che accade al mio popolo e perché esiste una contraddizione: il mondo occidentale ha contribuito a creare il diritto internazionale, inclusa la convenzione sul genocidio. Ma gli artefici di questo fondamentale principio sono gli stessi che lo stanno affossando».Su questa parola si è aperto da tempo un dibattito che non è solo giuridico. Ma politico.«Illustri intellettuali e giuristi hanno chiarito che quello in corso a Gaza è un genocidio. Il mondo occidentale lo giustifica e quindi lo disconosce, avallando la tesi di Netanyahu: stiamo facendo tutto questo per voi. Falso, assurdo e criminale».Non tutti sono d’accordo. Per esempio, Erri De Luca non condivide l’uso di quel termine.«Negando il genocidio si avalla Netanyahu che ha bisogno di una sponda protettiva mediatica. Non si può denunciare in modo chiarissimo quanto accade in Ucraina e al tempo stesso negare ciò che succede in Palestina. È il criminale Ben-Gvir a sostenere che il diritto internazionale non si applica ai palestinesi perché sono una sottospecie umana».Il mondo ebraico è tendenzialmente contrario a ogni accostamento tra Gaza e genocidio.«In Italia, quello americano è tutta un’altra cosa. Io vivo negli Stati Uniti: qui il 60 per cento sta accusando Israele di commettere crimini contro l’umanità e crimini di guerra; il 49 per cento afferma che sta consumando un genocidio. Tra loro ci sono i maggiori studiosi dell’Olocausto. Ebrei e israeliani. Genocidio o non genocidio è un dibattito ozioso sulla realtà che è sempre più evidente: si vuole cancellare un popolo».Il piano Dalet: l’annessione di tutta la Palestina per una terra destinata solo al popolo ebraico.«C’è un libro che ha avuto un impatto enorme su di me. È stato scritto dallo storico israeliano Amos Goldberg assieme al teorico politico palestinese Bashir Bashir. Si intitola: Olocausto e Nabka».Le due grandi tragedie messe a confronto.«Chi è venuto in Palestina per sfuggire allo sterminio nazi-fascista ha poi messo in pratica una pulizia etnica che ricalcava quell’orrore. Quello che vediamo oggi è il proseguimento di quanto accaduto nel 1948. La Nabka, la catastrofe: 800 mila palestinesi cacciati con la forza. All’interno dello Stato appena nato ci sono sempre stati elementi che hanno perseguito con determinazione questo progetto».Oggi il progetto è dichiarato.«Netanyahu lo dice apertamente: nessuna partizione. Il progetto coloniale prevede la conquista di tutto il territorio. Il massacro degli abitanti del villaggio di Deir Yassin, avvenuto il 9 aprile del 1948 per mano dell’Irgun, prima organizzazione terroristica ebraica poi confluita nei servizi segreti, è uno dei crimini più feroci compiuti in base al piano Dalet. I sopravvissuti erano anche le mie insegnanti, quelle che mi hanno accolto assieme a mia sorella nell’orfanotrofio di Dar Al-Tifel Al-Arabi, a Gerusalemme. Mi hanno raccontato tutta la storia di quella strage, mi hanno fatto vedere le macerie delle loro case sulle quali sono stati costruiti altri centri o creato boschi con nomi ebraici e riferimenti biblici. Adesso l’opera prosegue in Libano».L’obiettivo era cancellare ogni traccia del passato.«Ci sono documenti militari ufficiali, scovati dai “nuovi” storici, ebrei israeliani come Morris, Shlaim, Pappé, negli archivi finora rimasti chiusi, che confermano il progetto. La componente messianica, fanatica, terroristica del governo Netanyahu non ne fa più mistero. Il piano per la pulizia etnica si estende dal Nilo all’Eufrate. È il grande Israele».Perché renderlo evidente solo adesso?«Perché chi lo sta realizzando ha capito che l’Occidente non farà nulla per mettere fine all’orgia barbarica di violenza genocida. Un anno fa Tsahal aveva lanciato sulla Striscia dei volantini in cui si affermava: Europa e Usa sono nostri alleati, ci mandano armi e soldi. A voi mandano i sudari dove avvolgere i vostri morti. Perché Germania e Italia continuano a mandare armi a Israele e l’Italia ospita i carnefici di guerra nei resort in Sardegna?».Anna Foa parla di suicidio di Israele.«Anna Foa sta dicendo che l’Israele che conoscevamo, quello con alcune parvenze democratiche, è scomparso. Per me l’inizio della fine è avvenuto molto prima. Quando quello stesso Paese considerato democratico ha approvato una legge che attribuiva cittadinanza e sovranità solo agli ebrei israeliani, anche in tutti i Territori occupati della Palestina. Una legge apartheid».Un destino segnato?«Se la nipote di Shimon Peres esorta a sanzionare Israele, se l’ex direttore del Mossad Tamir Pardo dice di vergognarsi di essere ebreo, e che ciò che accade gli ricorda i crimini nazisti, significa che la partita è persa. Noi palestinesi siamo le cavie su cui si sta sperimentando la distruzione del sistema democratico. La mia non è una denuncia, è un allarme. Bisogna svegliarci prima che sia troppo tardi».