"Magari ti stuprano". È uno dei commenti che ho ricevuto dopo aver pubblicato sui social un video dalla manifestazione antifascista di sabato. Poi ne sono arrivati molti altri. "Sparati". "Non sei a battere sul marciapiede?". "Attenta a girare per Roma". “Facce una pompa”.

Li ho letti uno dopo l’altro e ho deciso di non lasciarli passare sotto silenzio. Il punto non è certo avere un conflitto politico anche aspro. Non mi hanno mai spaventata toni duri. Ma questa è tutta un’altra cosa. Ha a che fare col clima che stiamo respirando nel Paese e che viene alimentato dalla propaganda dell’odio razzista e neofascista. Riguarda l’idea che ancora oggi qualcuno ha del ruolo delle donne nello spazio pubblico che possono essere intimidite, umiliate o messe a tacere sempre con lo stesso codice, quello misogino.

Quegli insulti sono il riflesso di una cultura precisa che continua ad alimentare discriminazioni, odio e violenza. Una cultura patriarcale, predatoria, violenta che considera accettabile augurare uno stupro a una donna, che trasforma l’insulto e la minaccia in strumenti del confronto politico.

Per questo è importante chiamare le cose con il loro nome: non è dissenso, non è critica, non è nemmeno rabbia. È violenza. E ha una matrice razzista, sessista e neofascista.