Ci sono artisti che passano la vita a cercare una forma. Simone Peluso sembra invece impegnato nel tentativo opposto: liberarsene. A ventotto anni è uno dei registi di videoclip più riconoscibili della sua generazione. Ha lavorato con Blanco, Måneskin, Angelina Mango, Marco Mengoni, Gaia, Tredici Pietro. I suoi video hanno accumulato milioni di visualizzazioni e la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in corso dal 13 al 20 giugno, gli ha dedicato una retrospettiva. Eppure, ascoltando Simone Peluso parlare per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, si ha spesso la sensazione che tutto questo occupi uno spazio sorprendentemente marginale nel suo racconto. Non perché ne sminuisca il valore. Piuttosto perché sembra guardarlo da una distanza crescente. Per anni, Simone Peluso ha inseguito il lavoro con la convinzione, comune a molti, che il progetto successivo avrebbe finalmente portato una forma di appagamento. Un videoclip in più, un artista più importante, un traguardo più ambizioso. Poi qualcosa si è incrinato. O forse si è chiarito. La pressione accumulata negli anni, il burnout, la sensazione di vivere esclusivamente all’interno della propria professione lo hanno costretto a rimettere in discussione molte certezze. Oggi parla del successo con cautela, quasi con sospetto. Non gli interessano particolarmente i numeri, le classifiche, le visualizzazioni. Gli interessa semmai la verità. Una parola che torna continuamente nelle sue risposte, insieme a un’altra: leggerezza. Dietro i suoi videoclip abitano personaggi irrequieti, vulnerabili, spesso sospesi tra desiderio di fuga e bisogno di appartenenza. Quando glielo faccio notare, non oppone resistenza. Anzi. Ammette che probabilmente quelle figure raccontano aspetti che conosce bene. L’irrequietezza, dice, nasce forse dalla pretesa di dover essere costantemente la versione migliore di sé. Una tensione che spinge ad andare avanti, ma che rischia anche di diventare una prigione. Forse è per questo che, più che un autore di immagini, Simone Peluso appare come un osservatore di stati interiori. I suoi video non sembrano interessati a raccontare storie nel senso tradizionale del termine. Costruiscono piuttosto mondi emotivi. Atmosfere. Paesaggi mentali. Lui stesso racconta che le idee arrivano quando smette di pensare, nei momenti di silenzio, quasi in uno stato di sospensione. Come se il lavoro creativo consistesse soprattutto nel fare spazio. E forse è proprio qui che si trova il nucleo più autentico della sua ricerca. Non nell’ambizione, che negli ultimi anni ha progressivamente ridimensionato. Non nel riconoscimento pubblico. Nemmeno nel linguaggio del videoclip, che considera sempre più un territorio di passaggio. Ma nel tentativo di avvicinarsi a una forma di sincerità. Verso ciò che racconta, verso le persone con cui lavora e, soprattutto, verso se stesso. Durante la nostra conversazione emerge più volte una curiosa contraddizione. Simone Peluso dirige set complessi, coordina troupe, prende decisioni che coinvolgono decine di persone. Eppure continua a definirsi timido. Riservato. Più incline all’ascolto che alla parola. Forse è anche per questo che ha scelto le immagini: perché gli permettono di esprimere ciò che fatica a tradurre in discorso. Alla fine dell’intervista parla di mare, di viaggi, della decisione di lasciare Milano dopo sette anni e mezzo per tornare a Bologna e concedersi la possibilità di guardare altrove. Lo racconta senza enfasi, come se fosse il gesto più naturale del mondo. E forse lo è davvero. Perché, al di là dei videoclip, dei premi e delle visualizzazioni, l’impressione che resta è quella di un autore che sta cercando qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: una vita che non coincida interamente con il lavoro. Una voce che non abbia bisogno di alzarsi per essere ascoltata. Un equilibrio possibile tra ciò che mostra agli altri e ciò che continua, ostinatamente, a custodire.