Il vino italiano entra in una fase nuova, forse la più selettiva degli ultimi decenni. Il mercato globale non offre più la sicurezza della crescita per inerzia. Si beve meno, si compra con maggiore cautela, si scelgono le bottiglie con più intenzione.

Nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a circa 208 milioni di ettolitri, in calo del 2,7%, il livello più basso dal 1957. Anche il commercio internazionale ha rallentato: 94,8 milioni di ettolitri esportati, in calo del 4,7%, e 33,8 miliardi di euro di valore, in flessione del 6,7%.

Questi numeri raccontano molto più di una crisi congiunturale. Inflazione, tariffe, incertezza geopolitica e cambiamento climatico pesano, ma sotto la superficie si muove una trasformazione più profonda: la perdita dell’automatismo culturale del vino. Per decenni il vino ha occupato un posto naturale nella tavola, nella socialità, nella ristorazione, nel rito familiare. Oggi quello spazio va riconquistato. Il consumatore contemporaneo beve meno per abitudine e più per scelta. E quando sceglie, chiede una ragione.

Il futuro del vino italiano

È qui che il tema del lusso diventa centrale. Il futuro del vino italiano non deve essere solo costoso, esclusivo o riservato a pochi. Ma il mercato sta premiando sempre di più i prodotti capaci di esprimere valore percepito, identità e desiderabilità. L’Osservatorio Uiv-Vinitaly, su dati Iwsr, prevede per il vino premium una crescita globale limitata, intorno al +1% da oggi al 2029; per il Made in Italy la stima sale al +3,5%. È una crescita contenuta, ma in un mercato che arretra nei volumi rappresenta una direzione precisa.