DecarbonizzazioneSecondo il Decarbonization Policy & Technology Report 2026 del Polimi serve una spinta su legislazione e finanziamentidi Marta Casadei12 giugno 2026Le industrie italiane (ed europee) sono strette tra la necessità di puntare alla neutralità climatica nel 2050 e - da ultima - la crisi geopolitica nel Golfo con il blocco dello Stretto di Hormuz che, al netto di soluzioni repentine, si prevede consegnerà un conto salato nel giro di sei-dodici mesi. La competitività è a rischio, soprattutto nei comparti energivori. Domande di approfondimento generate da 24Ore AIIl processo di decarbonizzazioneLa soluzione, in linea generale, potrebbe arrivare dalla decarbonizzazione in corso, un processo complicato (l’obiettivo non sarà raggiunto nei tempi previsti, verosimilmente) e costoso, che in 35 anni ha portato le emissioni industriali in Europa a - 37% e che si è trasformato in una necessità strategica per garantire sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia geopolitica. A patto che gli investimenti necessari siano resi economicamente sostenibili e le normative siano chiare. È questa una delle conclusioni cui giunge il «Decarbonization Policy & Technology Report 2026», realizzato dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e pubblicato in anteprima sul Sole 24 Ore del Lunedì. «La decarbonizzazione è l’unica risposta strutturale in grado di ridurre l’esposizione ai prezzi dell’energia, ma non senza tutela e rilancio industriale, da conciliare con il raggiungimento degli obiettivi climatici – spiega Vittorio Chiesa, responsabile dell’Energy&Strategy della Polimi School of Management e responsabile del report –. La direzione strategica appare dunque definita, ma rimangono aperte molte questioni legate alla competitività industriale, alla sostenibilità economica degli investimenti e alla capacità dei sistemi regolatori di accompagnare la trasformazione in corso».Gli interventi Ue La “rilettura” in chiave di competitività e sicurezza energetica del processo di decarbonizzazione ha portato l’Unione europea ad approvare il Clean Industrial Deal e a varare una serie di strumenti per promuovere il taglio delle emissioni: l’Industrial Accelerator Act, per riportare il manifatturiero al 20% del Pil europeo entro il 2035; il Cisaf, con nuove regole sugli aiuti di Stato; il Metsaf, contenitore di misure straordinarie per la crisi energetica; la revisione del sistema europeo degli Ets (caldeggiata anche dal governo Meloni). A livello nazionale, invece, si alternano misure di breve periodo, come l’Energy Release 2.0 e il Dl Bollette (il cui focus è ridurre i costi energetici per le imprese), a progetti con un orizzonte più lontano che dovrebbero sostenere le imprese nell’adozione di tecnologie efficaci nel taglio delle emissioni.Cattura e stoccaggio Co2Nel fare il punto sullo stato di avanzamento di alcune di queste tecnologie chiave, come il sistema di cattura e stoccaggio della Co2 (Ccus) e l’idrogeno rinnovabile, il report evidenzia la mancanza di normative che permetterebbero di implementare concretamente l’uso di queste tecnologie green. E nutrire un tessuto di startup ad alto potenziale: il Polimi ha mappato 372 startup a livello globale attive nel Ccus, di cui il 40% in Europa, e 162 nell’idrogeno green, la maggior parte (39%) sempre in Europa.Il Ccus è riconosciuto come una leva decisiva per la decarbonizzazione dei processi industriali non elettrificabili, ma le criticità sono diverse: mancano infrastrutture per il trasporto e lo stoccaggio della Co2, l’implementazione necessita di un cospicuo investimento iniziale. Soprattutto, la legislazione italiana è incompleta: nonostante la legge delega approvata in Cdm il 30 giugno 2025 prevedesse entro 12 mesi la definizione di un quadro normativo organico, il testo del Ddl è ancora all’esame della Commissione Ambiente. Uno degli strumenti più efficaci per il sostegno economico a questo tipo di investimenti, poi, sono i Contratti per differenza sul carbonio (Ccfd), accordi tra lo Stato e le aziende che coprono la differenza economica tra le produzioni tradizionali e quelle che usano tecnologie a basse emissioni, che però nel nostro Paese non sono ancora operativi su larga scala come invece è avvenuto in Germania.