La radicalizzazione passa anche attraverso le parole. In verità le parole non cambiano, cambia il modo in cui le usiamo. E anche in cui non le usiamo. O non le tolleriamo. Le parole ballano e cascano da una parte o dall’altra, a seconda dei tempi. “Genocidio” da neutra è diventata divisiva. Lo scrittore israeliano Eskhol Nevo, da sempre critico con il governo Netanyahu, non ha condannato apertamente il “genocidio di Gaza” e per questa sua mancata abiura del sionismo israeliano è partita una petizione per non farlo partecipare al Libro Possibile a Polignano. Un piccolo episodio di intolleranza, dove è la realtà a modificare il significato di una parola. Altre volte è la parola che cambia l’interpretazione della realtà per renderla più intollerante.
“Negro”, per citare brutalmente la più nefasta delle parole proibite, è un termine bandito perché porta con sé tutti i significati negativi del colonialismo e del razzismo e quindi della discriminazione. In inglese è illegale. Non si può proprio scrivere, si scrive “N-word”, e chi la usa contro una persona commette un reato di odio razziale, perché è considerato profondamente offensivo. Ieri il quotidiano britannico The Guardian riferiva che su “X”, la piattaforma di Elon Musk, la parola-N (come la parola-P, che sta per Paki, ugualmente razzista e offensiva, ), non vengono più bannate, nonostante la segnalazione di singoli utenti e dei ricercatori del think tank sull’inclusione sociale British Future.







