Ascoltare qualcosa in anteprima non si può, «ci sto ancora lavorando, man at work», sorride Edoardo Bennato, e i lavori di cui parla «sono iniziati nel maggio 2025» garantisce il rocker che si prepara a festeggiare, il 26 luglio, il suo ottantesimo compleanno con l’ennesimo tour, ironicamente intitolato «Quando sarò grande». Un giro di concerti che lo porterà, tra l’altro, il 6 luglio a Venezia (piazza San Marco), il 20 a Roma (Circo Massimo) e il 12 settembre a Pompei (teatro grande).

A cinquant’anni da un album-capolavoro del rock italiano come «La torre di Babele», mentre Geolier ha appena ricordato il primato del menestrello flegreo che inaugurò, nello stadio milanese, nel lontano 19 luglio 1980 la via italiana dei concerti negli stadi, lui prepara un inno per la Coppa America. Il titolo, almeno? «America’s cup», sia pur provvisorio. Gli ingredienti? «Napoli, Bagnoli, Nisida, Coroglio, il riscatto, il sogno, la forza del vento e l’energia di chi impara a controllarlo». E il sound? «Ci metto dentro vitalità, ritmicità, ballabilità e coinvolgimento emotivo e fisico».America's Cup, Bennato canta l'inno dell'evento: «Bagnoli è la bella addormentata che aspetta il bacio del principe per svegliarsi»Vabbè, dovremo aspettare, ho capito: «È da più di un anno che sto lavorando ad un’ipotetica sigla della Coppa America, mi ritengono un esperto di sigle e un po’ lo sono davvero», ragiona lui, pensando a «Notti magiche», divisa con Gianna Nannini nell’estate dei Mondiali 1990, almeno allora ci qualificammo. «Ma sono esperto anche di Napoli, Bagnoli, Nisida, Coroglio», continua col sarcasmo di sempre. «Quando nasci in un posto come questo è difficile che te ne vai, terremoto o non terremoto». Già, molti si chiedono perché continuare a vivere nell’epicentro sismico. «Tutto è cominciato qui, tutto continua qui, io le scosse nemmeno le sento, forse perché il terremoto ce l’ho in testa, costantemente. Sono nato qui, da qui traggo energia, creatività, ispirazione».E, poi, rivendica Edo, «sono anche esperto di sport». La sua passione per il calcio era nota, forse meno quella per il windsurf: «Il windsurf è utile, praticandolo si impara a capire il vento», dice il cantautore con una delle sue tipiche frasi a doppio senso. E continua: «Sport e musica per me sono complementari, sono due delle facce belle della vita, praticarle è cosa buona e giusta». Nostro dovere e fonte di salvezza? «Proprio così. La scintilla per molti testi dei miei brani mi è venuta mentre giocavo a calcio». Magari stavolta sarà la vela del windsurf a ispirarlo, «o il panorama che vedo davanti a me praticamente da sempre. Dal mio terrazzo al centro dei Campi Flegrei guardo Nisida che per me è un simbolo di rinascita e provocazione».America's Cup 2027, case, scuole e trasporti: la vita dei team a NapoliSull’argomento Bennato di canzoni ne ha scritte già tante, e che belle: «Campi Flegrei» che è una sorta di romanzo di formazione; «Vendo Bagnoli» che è stata una provocazione valida tutt’ora; «Nisida», che è un’isola e, grazie a lui, adesso qualcuno forse lo sa; ma anche - erano i tempi di Joe Sarnataro, suo riuscitissimo alias blues - «Lieve 'e mano alloco! (nun tucca’ Coroglio)»: «Ho sempre sperato di vedere l’area di Coroglio restituita alla sua vocazione turistica. Bagnoli la amo, ostinatamente e disperatamente». Oggi la zona sembra, per l’ennesima volta, di fronte a un possibile rilancio, da prendere sempre con le molle, come suggeriva un altro dei brani dedicati alla sua terra, «La Bella Addormentata»: «È un pezzo meno celebrato di quelli di cui abbiamo parlato prima, ma a cui tengo molto, in cui Bagnoli era vista come la protagonista di una favola, quella della bella addormentata che aspettava il bacio del principe per svegliarsi. Speriamo che il principe sia finalmente arrivato».Speriamo davvero, i dubbi rimangono. Torniamo alla sigla, però. «Ci devo ancora lavorare. Ma ricordo il periodo di “Notti magiche”. Un pomeriggio a San Siro stavamo facendo le prove e dall’altra parte del prato spuntò Maradona: voleva conoscere Gianna Nannini, a lui piacevano le artiste». Col D10s divennero amici, ci fu subito empatia, sintonia: «Una volta eravamo insieme in un ristorante, ma si allontanò, non lo vidi più. Era andato in giro tra i tavoli, distribuiva banconote da 50.000 lire. Voleva restituire quello che aveva avuto, quasi fosse condannato a sentirsi sempre in debito con il Padreterno», ricorda, a proposito del campione a cui pure ha dedicato, sempre sotto le mentite spoglie di Sarnataro, «È asciuto pazzo ‘o padrone». Musica e sport, il connubio funziona. «Sì, ma nella musica non esiste un parametro oggettivo, non c’è il cronometro, non ci sono le reti, non ci sono gli arbitri. Nella musica decidono i condizionamenti dell’industria discografica, delle radio, del mercato, della politica». Ci vorrebbe una bella botta di vento per portare via tutti i Gatti e le Volpi, i «magnager», insomma. «Beh, oggi tutti mi chiedono perché non sono anche io nella scuderia unica del fronte del palco. Ma io sono nato libero e controcorrente, per cui ho davvero bisogno dei compagni con cui giocavo a pallone quando ero uno scugnizzo dei Campi Flegrei. Altro che multinazionali dello showbusiness». E allora, questa canzone per l’America’s Cup? «Vai col vento». Ok, la battuta è giusta, non resta che aspettare per ascoltarla.