C’è una poltrona vuota accanto al letto, in una casa di riposo alla periferia di Tokyo, e sopra quella poltrona c’è un piccolo robot bianco con due grandi occhi tondi. Non parla con voce sintetica, non recita battute preconfezionate: ripete le parole, i silenzi e perfino le risate di una persona in carne e ossa che da chilometri di distanza, attraverso uno schermo, presta la propria presenza a chi quella presenza non ce l’ha più. È una scena che sembra fantascienza e invece è cronaca sanitaria. Perché dietro a quel piccolo avatar c’è un’idea che la medicina sta cominciando a prendere molto sul serio: la solitudine non è soltanto un sentimento triste, è un fattore di rischio per la salute, misurabile quanto il fumo o l’ipertensione. E se è una malattia sociale, allora qualcuno deve curarla.

La solitudine come questione di Stato

Il Giappone è stato il primo Paese al mondo a tradurre questa consapevolezza in una scelta di governo, istituendo nel 2021 un ministero della Solitudine e dell’Isolamento. La decisione arrivò dopo che, durante la pandemia, il tasso di suicidi era tornato a salire per la prima volta in oltre un decennio, colpendo in modo particolare le donne. Da allora il tema è entrato stabilmente nell’agenda pubblica: indagini nazionali per fotografare l’entità del fenomeno, forum, piani d’azione, perfino la diplomazia della solitudine, con incontri tra ambasciatori e l’uso di robot-avatar per portare la voce di chi è lontano. Una mossa che ha trasformato un disagio percepito come privato e vagamente vergognoso in un problema collettivo di cui lo Stato si fa carico.